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L’autunno è la mia primavera. Con in più le steccoline

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L’autunno è la mia primavera. Con in più le steccoline

L’anno comincia oggi per me. E non sono sola. Ieri è iniziato l’anno nuovo ebraico, oggi è navaratri, 9 notti dedicate all’adorazione della Devi o Shakti, l’espressione femminile del divino.

L’autunno è la mia primavera, la mia rinascita, la mia capacità di partire e di essere nuova. Mi viene voglia di lasciare la pelle vecchia, insieme a qualche capello, e di sentirmi più viva. Ho più coraggio. Ho più forza. Ho più voglia di cominciare e meno scuse.

 

Gli autunni da piccola

Mi sono sempre piaciuti gli autunni perché sono carichi di promesse. Adoravo fare la spesa di cancelleria per la scuola, Amavo ritrovare i vecchi compagni e cercare di capire se i nuovi mi sarebbero stati simpatici. Mi piaceva scoprire di non stare più nelle vecchie scarpe chiuse perché magari mi erano cresciuti un po’ i piedi. Nei cappotti stavo quasi sempre perché me li compravano “per la crescita”. E per dispetto, sono sempre stata la più bassa della classe e ho deciso di crescere di botto nell’estate fra la quarta e la quinta ginnasio.

Alle elementari andavo a scuola dalle suore a tempo pieno. Nei primo giorni di scuola e finché non faceva freddo, giocavamo alle “steccoline”. Chiamavamo così i gambi delle foglie cadute. Le steccoline erano  la moneta dell’autunno, ci consentivano di comprare e vendere foglie e composizioni floreali.

L’intervallo della mattinata serviva a trattare per ottenere le panchine migliori in cui piazzare il negozio. L’intervallo lungo, dopo pranzo, era dedicato a preparare ed esporre con cura  la mercanzia: foglie gialle palmate con dentro fogliette lanceolate rosse, foglie secche grandi  con piantate dentro trilobate ancora verdi, romboidali e aghiformi. Poi si andava negli altri negozi, si compravano manufatti foglieschi e si giocava. Fino alla campanella. Poi si buttava via tutto. Come un mandala di sabbia. Era una bella lezione di impermanenza. E di cura e attenzione nonostante durasse poco. Forse da bambini si è più consapevoli della preziosità dell’esserci. Non abbiamo ancora bisogno di yoga e mindfulness.

 

Il gioco di squadra

I maschi si intrattenevano col calcio. Noi bambine ci dividevamo i compiti: “facciamo che tu eri la signora che comprava, io resto in negozio e tu cerchi le steccoline”. Trattavamo, trovavamo accordi, cambiavamo turni. Era un gioco di squadra. Ognuna faceva la cosa che le veniva meglio ma era disposta a lavorare per il bene dell’attività. Con una di queste compagne siamo ancora amiche adesso, dopo 40 anni.

E la pausa passava veloce e le lezioni del pomeriggio scivolavano verso la merenda. L’autunno aveva quel sapore acerbo delle foglie e delle steccoline appena staccate. Poi arrivava la nebbia al mattino. Non era più possibile passare  l’intervallo all’aperto. Addio steccoline per un anno. Intanto gli alberi diventavano secchi.

Oggi è una bella giornata di sole e l’aria è frizzante e avrei voglia di giocare.

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