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Due storie che fanno bene all’anima: piccole grandi suore di Mumbai

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Due storie che fanno bene all’anima: piccole grandi suore di Mumbai

Da Bollywood Party, la stampa, 13 febbraio 2014
http://live.lastampa.it/Event/Bollywood_Party/105816916

Suor Bertilla
La vedo che agita un braccio al fondo dal del Vimala Dermatological Centre di Versova, a Mumbai. Alla mia destra e alla mia sinistra le case dell’ospedale che profuma di pace e di pulito. Suor Bertilla mi accoglie sorridente con un bacio e tre piccole rose bianche colte sotto i miei occhi dal giardino. Ci sediamo in refettorio. “Perché sei qui?” mi chiede con aria perplessa. “Perché mi piace raccontare belle storie di belle persone e Chiara mi ha parlato di te”. Chiara lavora al Consolato Italiano ed è una delle mie fonti di notizie e di informazioni più amata. Mi ha aiutata a trovare di tutto: dalle medicine omeopatiche alla pallina da tè che si immerge nella tazza. “A noi non serve che racconti niente – mi dice fissandomi da sopra gli occhiali con le pupille grigie, come l’abito, ma brillanti e vivaci – Non ci serve pubblicità. Abbiamo già i nostri sostenitori”. “Capisco. Ma a me interessa. Se vuoi non registro niente, non fotografo niente ma io vorrei conoscere cosa fate. Come persona, non come giornalista”.

Cominciamo bene. Penso. Sono andata a scuola dalle suore per 11 anni. Sono un po’ prevenuta. La lascio parlare liberamente: ”Raccontami di te”. “Io sono una suora missionaria dell’Immacolata di Milano e sono in India da 44 anni”. “La mia età” le dico io. Sorride e continua: “Sono infermiera e ostetrica e sono stata 11 anni in Andra Pradesh a occuparmi d lebbrosi. Quando sono arrivata qui a Mumbai, nell’81, eravamo destinate a creare un asilo ma ci siamo accorte che il problema principale era un altro: la lebbra. Negli slum le persone malate erano moltissime e chiedevano aiuto alle suore. Allora abbiamo chiesto i permessi e il governo indiano ci ha fornito uno spazio perché gli interessava sapere quanti erano i malati nell’area. La prima cosa che abbiamo fatto è il survey, il controllo della zona. Abbiamo lavorato due anni, dal ’68 al ’70 e abbiamo scoperto che la percentuale era altissima: su un’area di 800.000 abitanti c’erano 15.000 casi di lebbra. L’esigenza era quella di ricoverare i pazienti con ulcere e piaghe estese. Oggi abbiamo 60 ricoverati in ospedale. Ospitiamo i casi più gravi, quelli che hanno bisogno di medicazione ogni giorno, che hanno reazioni con febbre e bubboni o hanno bisogno di amputazioni e di cure intense, che durano dai 3 ai 6 mesi, dipende”.
Gli occhi di suor Bertilla brillano mentre racconta: “Poi ci occupiamo anche di tubercolosi e di educazione delle bambine. Abbiamo una scuola per 77 figlie dei lebbrosi, i maschi li mandiamo in un centro governativo, poi abbiamo camere operatorie e centro di riabilitazione, più un dispensario dove curiamo chi non ha bisogno di ricovero. Sai come funziona la lebbra?” “Poco”. Suor Bertilla irradia positività e passione per quel che fa: “È una malattia che attacca la pelle e i nervi periferici, ma è subdola, non te ne accorgi. E quando te ne accorgi è troppo tardi. Comincia con una macchia sulla pelle, poi vengono delle paralisi alle dita, partendo dalle falangette. Poi cominciano le paralisi più serie, la mano che pende, il polso che cade. È molto importante prenderla in tempo, quando si può ancora curare.
Per questo andiamo nelle scuole e nelle fabbriche a spiegare di fare attenzione alle macchie delle pelle. Se no il malato se ne accorge perché perde la sensibilità delle dita e quindi si ustiona o si fa del male”. “E come si trasmette?”. “Dalla saliva come la TBC che però attacca subito i polmoni e si manifesta in fretta”. Poi mi spiega il lato più filosofico: “Qui la lebbra è vista come punizione e poi i lebbrosi danno fastidio, fanno ribrezzo. Ci si comincia a chiedere chissà cosa hanno fatto i genitori di quel poveretto conciato male. Proprio per questo non abbiamo voluto chiamare questo ospedale lebbrosario”. “E poi così non parlate della malattia ma della branca della medicina che la cura, enfatizzando il positivo” commento io. Approva.

“Hai mai visto i lebbrosi? Sono un po’ tutti uguali”. Rispondo: “Poco, qualcosa in Brasile. “Bene, dopo facciamo il giro dell’ospedale”. Cambio argomento: “Come vi sostenete?”. “Abbiamo due sponsor, uno italiano e uno tedesco: gli amici di Raul Follerau di Bologna e la German Leprosy Relief Association. E la Provvidenza. E poi il governo ci sostiene con i permessi e le medicine per la lebbra”. “E quanti siete?” “8 suore, tutte indiane a parte me, siamo 3 infermiere, una amministrativa, una che si occupa dei paramedici, una si occupa dei bambini, una fisioterapista, una che si occupa della casa. C’è un’altra italiana ma è in Veneto al momento”.

Andiamo a fare un giro. Cominciamo con la sartoria. Qui lavorano molte persone che sono state curate e confezionano modelli di abiti copiati dalle case di moda indiane che vendono anche in Italia. Mi informo subito su come fare un mercatino dalle nostre parti. Poi andiamo nel reparto uomini. Appena entriamo tutti salutano unendo le mani davanti al petto, mani fasciate, medicate o con dita amputate o appena operate per ripristinare la funzionalità dei nervi.

Suor Bertilla mi mostra vari livelli di malattia. Le stanze sono curate, spaziose e c’è anche il bagno. “Sembra un albergo qui” le dico. “Eh sì, molti non vogliono tornare a casa infatti”. Fra una stanza e l’altra, sui corridoi all’aperto vista giardino, vari piedi rattrappiti e mutilati. “Fanno un po’ ribrezzo, no?” Non rispondo. Suor Bertilla ha una carezza o una parola spiritosa per ciascuno. La amano tutti: ”Vedi, questo dito lo tagliamo domani perché non si può fare nulla. Abbiamo un cimitero pieno di dita” dice sorridendo. Poi vediamo i ragazzi giovani, anche bei ragazzi con spalle muscolose e belli dritti sulla schiena ma quando camminano, il piede è come se cadesse quando è sollevato. È la parte più faticosa da sopportare.

Poi visitiamo il dispensario, un edificio circolare in mezzo ai padiglioni. Qui c’è la fila per le visite oculistiche e suor Anastasia che distribuisce medicine. Poi andiamo a vedere le sale operatorie, in cui si tanno facendo pulizie e poi il reparto donne che è più piccolo di quello maschile. “Le donne si ammalano meno – spiega suor Bertilla – forse perché sono meno esposte, escono meno”. E poi al secondo piano, nella case dalle bambine che mi regalano una performance cantata e ballata divertentissima “Three monkeys jumping on the bed…” e mi salutano “Bye auntie”.

“I figli dei malati di lebbra nascono sani perché la placenta fa da filtro” mi racconta suor Bertilla. Poi, dopo due ore di chiacchiere piacevolissime mi chiede se voglio andare a vedere cosa fanno le suore della Casa della Carità che sono proprio qui a due passi. Chiama suor Annamaria, mi carica su un’auto. Prima mi fa firmare il guestbook e mi dice di tornare prima possibile. Le chiedo se posso farle una foto sulla sua bici con il libro degli ospiti in mano. Acconsente, anzi, si mette anche in posa sotto un albero fiorito in tono con suo abito. Che forza suor Bertilla.

Suor Annamaria
Arrivo alla Casa della Carità, accanto al campo da calcio della parrocchia. Sulla porta c’è un ragazzo disabile. Entro e ci sono persone in carrozzina con gravissimi problemi. Non so bene dove andare quando sento profumo di cibo. Lo seguo e arrivo a una cucina dove una sorridente suor Paola sta tagliando pezzi di torta. Intorno a lei una suora grattugia il pesce secco, una volontaria lava i piatti e intorno ragazzi con varie disabilità.
Subito dopo arriva suor Annamaria che è qui dal ’95. Con un sorriso e una serenità in contrasto con quel che si vede intorno, almeno per me, racconta: “Abbiamo 35 ospiti, vieni, te li presento”. Andiamo a conoscerli uno a uno, chi risponde con un saluto, chi muovendo una mano, una ragazza si alza e mi tocca la borsa. “A lei piacciono tutte le cose di moda – mi spiega suor Annamaria – e la tua borsa ha un bel colore viola. Suor Annamaria continua il giro, orgogliosa dei suoi ragazzi: “Lui mangia con il sondino, lui sembra piccolo ma è adulto, lui scappa sempre e allora abbiamo un altro ospite che lo va a recuperare e gli piace occuparsi di lui e gli abbiamo dato una specie di guinzaglio perché cerca di andare in mezzo alla strada. Gli piace il traffico”. Poi andiamo a vedere la cappella. Anche qui c’è un ragazzo. “Lui viene a tenere compagnia a Gesù quando è da solo. Non lo possiamo portare insieme a tutti gli altri perché è troppo entusiasta e comincia a cantare in maniera rumorosissima”. Lo accarezza sulla testa. “Vedi, capisce tutto anche se non sembra. Appena mi allontano cerca di tirarmi via il velo e a volte ce la fa e ride”.

Gli ospiti vivono qui 24 ore su 24. “Sono per lo più orfani o persone con un solo genitore – spiega suor Annamaria – o ragazzi rifiutati dalla famiglia perché è una vergogna e poi magari le sorelle non si sposano. Noi abbiamo anche una scuola, devi venire di mattina a vedere perché nelle scuole normali, con 70 bambini per insegnante e un sistema di esami feroce, per loro non c’è posto”.
Torniamo in cucina. È arrivato il parroco e molti ospiti, soprattutto le ragazze sono intorno a lui. Dalla torta vengono distribuiti pezzi di marzapane. Mentre la ragazza che toccava la borsa è ora attratta dai miei capelli, un’altra rifiuta di mangiare un acino di marzapane dal colore troppo sintetico per essere vero. Suor Annamaria le spiega che è buono. Ma le non si fida. Allora lo spezza con i denti e ne mangia un pezzo. Ora la ragazza si fida e mastica felice.
“Questi ragazzi hanno talenti, gratitudine, sentimenti” mi spiega il parroco. Poi saluta e se ne va. Suor Annamaria mi offre un tè di lime molto buono e dice: “Gli ospiti tirano fuori il meglio dal cuore delle persone, ti fanno crescere e ti fanno venire voglia di fare qualcosa”.

Intanto è il momento della cena, nessuno di loro è autosufficiente e le 7 suore e le due volontarie, una indiana della parrocchia e una di Bologna, qui per 6 mesi prima di iscriversi all’Università cominciano a preparare cucchiai, bavaglini e piatti.
“Fermati con noi, qui la cena comincia presto perché siamo lenti”. Non ne ho il coraggio. Non riuscirei a mangiare mentre le suore imboccano e non riuscirei a imboccare nessuno. Sono colpita dalla dedizione e dalla forza amorevole di queste donne straordinarie. Io non ne sarei capace. L’unica cosa che posso fare, dopo aver cucinato una pasta coi broccoli per me sola, è raccontare la loro storia.

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