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Solstizio d’inverno: perché fare 108 saluti al sole

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Solstizio d’inverno: perché fare 108 saluti al sole

Perché salutare l’inverno con il Surya Namaskar

Ci sono tanti saluti al sole quanti praticanti di yoga. Per molti è una pratica recente, quasi ginnica, da guardare con un po’ di snobismo. Per altri è un riscaldamento fondamentale per lo yoga e per la danza.

In realtà il Surya Namaskar è un atto di prostrazione, un movimento intenso in cui il corpo si chiude e si apre, come un respiro e con il respiro. Si apre verso dietro, inarcando la schiena, si piega in avanti toccando i piedi con le mani, porta indietro un ginocchio, passa per adho mukha svanasana, il cane con la testa giù, poi si prostra e si rialza il busto con il cobra, bhujangasana, poi torna il cane e poi si riuniscono i piedi e si ripete dall’altro lato.

Stamattina mi sono ritagliata un’oretta per salutare il sole. Ne ho fatti la metà: 54, completi di destra e sinistra, quando bisognerebbe farne 108. Mi sono posizionata in camera da letto vista sui tetti: uno spicchio di sole e le tegole coperte di neve. Benvenuto giorno più corto dell’anno. Benvenuto inverno.

La cronaca fisica del mio Surya Namaskar

All’inizio tutto bene. Ho trovato difficile tenere la mente impegnata a contare destra o sinistra insieme ai numeri un po’ come quando nuoto e conto le vasche e non so mai se il 12 è già passato o lo sto facendo in quel momento. Dopo il decimo è subentrato un cambio nel respiro e un calore profondo. Dopo il centesimo un leggero dolore alle spalle e un po’ di nausea. Dopo il trentesimo il sudore era più abbondante e ho pensato anche “chi me lo fa fare?” ma la mente a quel punto contava da sola e il corpo stanco procedeva in modo automatico, sempre più sicuro e profondo, sempre più immerso e guidato dal respiro. Ero in uno stato di meditazione. Al quarantesimo vedevo la fine e mi sentivo alta e lunga e con tanto spazio fra le vertebre. I muscoli pulsavano e tremavano quasi, volevano farsi sentire e io li ho ascoltati. Al cinquantesimo ho cominciato a godere del fatto di essere arrivata fin lì. E ho capito che 54 potevano bastare. 108 li farò al solstizio d’estate.

La cronaca spirituale del mio Surya Namaskar

Ho cercato di focalizzare i miei obiettivi del 2018 nel respiro e nella ciclicità, nelle posizioni in cui la testa è più bassa del bacino ho lasciato scivolare i rancori, le rabbie, le delusioni del 2017; nel rivolgermi al cielo ho chiesto aiuto e sostegno per i miei propositi, con lo sguardo alle stelle; nelle aperture di imparare ad accogliere, nelle chiusure di lasciare andare ogni attaccamento; nelle prostrazioni mi è venuto da chiedere perdono e dal contatto con la terra di imparare l’umilta (che deriva da humus, terra), nella mani in preghiera sul cuore di pensare più col cuore che con la mente, più con l’anima che con l’ego. Non è facile. Non è mai facile nulla. Lo yoga comincia dopo averlo praticato sul tappetino. Senza aspettative, senza attaccamenti.

“Compi il tuo dovere con fermezza, o Arjuna, senza attaccamento al successo o al fallimento. Questa equanimità si chiama yoga”.  verso 48, canto II, BhagavadGita

 

la foto è un’alba in Orissa

 

 

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