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Il riconoscimento, senza accettazione, è solo il primo passo. Mindfulness e occhiali

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Il riconoscimento, senza accettazione, è solo il primo passo. Mindfulness e occhiali

Innamorata dell’oculista

Sono sempre stata molto grata ai miei occhi. Ho cominciato ad apprezzarli a 5 anni e mezzo. Ero andata, con i nonni, alla visita oculistica prima di cominciare la scuola e il medico, dopo avermi fatto giocare con cani da mettere nelle casette, mi aveva congedata dicendo: “Hai dei bellissimi occhi a mandorla”. Sono uscita innamorata di lui, la mia prima infatuazione. Mi è sembrato un bellissimo complimento anche se non ho mai capito cosa volesse dire. E non credo di avere occhi a mandorla, tantomeno bellissimi.

Ho amato molto i miei occhi quando, da bambina, scrivevo poesie, nel letto, di notte, al semibuio.

Mi sono compiaciuta con loro al liceo, a farli impazzire dietro quegli spiriti aspri da cercare sul Rocci, il vocabolario di greco che ogni estate rendeva noi che vedevamo 10/decimi sempre più rari rispetto a quelli con gli occhiali.

Ho sempre passato tante ore davanti al computer o leggendo e loro sono sempre stati lì, attenti, fedeli, efficienti. Alle visite ogni tanto scoprivo di avere 11/decimi e un lieve astigmatismo per il quale non dovevo portare occhiali.

 

Febbre a 40

Poi sono arrivati i 40 anni e oltre. Poco per volta vedere da vicino è diventato faticoso. Non volevo ammetterlo. Così ogni tanto scappava qualche refuso, e poi qualche stupidaggine. Ma no, no, no, io ci  vedo bene. Ci ho sempre visto bene.

Mi sono trovata, poco per volta, a riconoscere che qualcosa stava cambiando, proprio come si sente nelle articolazioni la fatica. Si chiama invecchiamento. Ma la mia mente diceva no, no, no. Riconoscevo ma non accettavo. E chi accetta con leggerezza che le risorse del corpo comincino a lasciarci perché tanto nel luogo in cui andremo nell’ultimo viaggio non ci serviranno?

 

Resistere o accettare?

E così ho resistito, resistito, resistito. Finché i miei occhi hanno cominciato a bruciare, fare male, finché le braccia non mi sono più bastate e le lettere sul computer sono diventate forme a caso di un alfabeto sconosciuto. I miei occhi non sapevano più come dirmi che dovevo occuparmi di loro. Non li ascoltavo. Non volevo accettare. Riconoscevo il problema ma lo allontanavo. Rimandavo l’incontro con il decadimento. Rimandavo l’accettazione dell’impermanenza. Perché accettare che il corpo si logori, anche in una cosa piccola, non è facile.

E gli occhi si sono arrabbiati. Hanno deciso di peggiorare tutto di colpo per costringermi a guardarli. hanno attivato a forza la mia consapevolezza. Perché io riconoscevo ma non accettavo, non volevo stare con quello che c’era perché non mi piaceva. Una mindfulness a metà.

E allora oculista. E sì, è ora degli occhiali. Ora non resta che scegliere un tipo e un modello che diventino anche un bell’accessorio. Trasformerò questa débâcle in un’opportunità di stile.

 

ps: questo in foto è un +1 da farmacia, non ancora il modello giusto per me

 

 

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