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Giovanni, che voleva una settimana di Salone

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Giovanni, che voleva una settimana di Salone

Su La Stampa, 16 maggio 2016

 

Giovanni ha i capelli bianchi, pochi. Indossa una camicia a quadretti bianca e azzurra, un gilet di lana bordeaux scollato a vu, jeans, scarpe da ginnastica, uno zainetto dei volontari delle Olimpiadi Torino 2006 e, arrotolata sotto il braccio, una giacca impermeabile color panna. Non è tanto alto, ha il fisico curato anche se ha superato gli ottanta. Profuma di dopobarba di altri tempi. Buonissimo.

 

È venuto al Salone del Libro tutti i giorni, ha ascoltato scrittorini e scrittoroni, si è inebriato di copertine colorate e odori di pagine mai sfogliate, ha raccolto cataloghi e sorrisi, ha curiosato senza snobismo da Tucidide e Lacan senza perdersi il libro di Gian Maria Testa perché ama le sue canzoni e Checco Zalone.

 

Oggi, ultimo giorno, non ce l’ha più fatta. È andato in segreteria: «Scusate, perché solo 5 giorni?». Gli è stato spiegato che più di così sarebbe troppo oneroso ma Giovanni non si è dato pace: «Deve durare almeno una settimana perché così viene solo l’acquolina». Dove abita lui, a pian terreno in Borgo Po, fa freddo perché il riscaldamento è spento anche se ci sono 15 gradi e perché sei mesi fa sua moglie Rita, dopo 50 anni insieme, è morta. Prima di addormentarsi leggevano un libro ad alta voce, qualche pagina, una sera lei e una sera lui. Al Salone c’era tutto il calore di quelle notti. Tutta la casa che a casa non c’è più.

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