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A che servono le scuole di scrittura: una riflessione

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A che servono le scuole di scrittura: una riflessione

“Sono inutili. Lascia stare”. “Sono fondamentali”. Se chiedi a qualcuno nel mondo dell’editoria o del giornalismo o della pubblicità a che servono le scuole, sentirai risposte opposte, sempre un po’ estreme. Perché si tocca un terreno soggettivo, intimo e spesso doloroso.

La mia piccola esperienza dice che se ti piace l’idea della scuola, della classe, dei gruppi, di ascoltare qualcuno che insegna e che si prende il tempo per correggere quello che hai scritto, se hai l’umiltà per sentirti dire che è tutto da rifare e una sufficiente resistenza alle frustrazioni, se credi che sia sempre meglio arrivare preparati allora sì, la scuola di scrittura fa per te.

Dico anche che però, pur amando il le scuole, il mestiere che svolgo ogni giorno per vivere, la copywriter, non l’ho imparato in nessuna scuola ma lavorando in agenzia, sulla fine del millennio scorso, quando ancora si imparava da chi aveva un po’ più di esperienza di te.

Torniamo alle scuole. Io ne ho frequentate un po’. Di giornalismo la Chiavazza a Torino, poi dopo qualche anno l’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino: 2 anni, praticantato riconosciuto, un’esperienza pratica di scrittura per giornali, radio, tv, web. Bella e utile, anche se quel modo di fare giornalismo imparato 20 anni fa è cambiato.

Alla Holden ho solo fatto un breve corso di critica cinemtografica, e prima che nascesse la Holden uno di sceneggiatura con Alessandro Baricco. Interessanti entrambi.

Di narrativa ho appena finito un corso a Zandegù con Marco Lazzarotto e Giusi Marchetta. Un corso bello e utile soprattutto per chiarirsi le idee, impostare una scaletta, dare forza ai personaggi, non avere più scuse.

Qui ho capito che la scuola serve soprattutto a:

 

Non sentirsi soli

Trovare un gruppo di persone che stanno vivendo gli stessi travagli emotivi tuoi che vanno dalla disperazione (la mia storia fa schifo) all’esaltazione (belli i miei personaggi) alla gioia per lo spazio che le figure inventate cominciano a occupare nella tua vita. Se è vero che la scrittura è un atto solitario, è vero che da soli si va veloce ma insieme si va lontano e sentire le storie degli altri fa sentire meno soli.

 

Avere più fiducia 

Dare un nome ai propri personaggi, raccontarli, dare loro corpo, leggerli ti fa sentire vita. La parola ha potere reificante e sentirli e vederli nascere e crescere è un modo per sapere che esistono, da qualche parte, anche se non ancora sulla pagina. A volte pensi di avere un briciolo di talento, a volte sei sicura che non ce la farai mai, ma intanto stai lavorando per. E l’universo lo sa.

 

Acquisire un po’ di tecnica

Ho scritto un racconto lungo una volta, le protagoniste erano tre ragazze che poco per volta perdevano le caratteristiche personali e parlavano tutte con la stessa voce. Un disastro. Così ho pensato che mi mancasse la tecnica. Ed effettivamente era così.

 

Appassionarsi alla lettura

Chi scrive legge. Ho letto libri bellissimi di autori che non conoscevo e ho ricevuto un’infinità di stimoli alla lettura. Ho sempre amato gli insegnanti che trasmettono passione e non nozioni. E di passione a Zandegù ne scorre parecchia.

 

Dare concretezza alle idee

Bello passeggiare e farsi venire mille idee: il cane che dorme sempre, il vampiro zoppo, il bambino che parla con i pesci rossi, i due che si amano e non lo sanno, quella che parte per un viaggio in India, quello che molla tutto per vivere un sogno. Ma se non ti metti lì a scrivere, a provarci davvero, se le idee restano palloncini per aria e non hai mai il coraggio di ancorarne uno a terra, allora leggi il punto seguente.

 

Non avere alibi

“Lavoro troppo”. “Non ho tempo”. “Non sono ispirato”. Tutte scuse. La scrittura è esercizio, scrittura, taglio, scrittura, riscrittura, togli l’avverbio, cambia aggettivo, lima quella frase, che ci fa una relativa nella relativa, riscrivi, taglia, aggiungi, e le virgole dove le metto, riscrivi, ritaglia, leggi, cambia la frase, ricomincia. Ora va meglio.

Ecco, dopo che hai fatto una scuola, sai che sono scuse. Ora tocca a te.

 

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