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Trasformare l’avversione per le feste in meditazione: stare con quello che c’è

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Trasformare l’avversione per le feste in meditazione: stare con quello che c’è

Natale va bene finché si è bambini: l’attesa, il calendario dell’avvento, la letterina a Babbo Natale o Gesù Bambino, che non si è mai capito bene chi dei 2 aiutasse chi, l’albero, la recita a scuola, lo stupore, le vacanze.

Poi, da grandi, diventa uno stress: i lavori da chiudere, i conti, le tasse, i regali, le cene aziendali e non, il pensiero da fare perché si deve. Tutto annegato in una sorta di melmosa malinconia appiccicosa.

 

La fuga

Da un po’ di anni tutto questo è diventato insostenibile: mi mette tristezza, alimenta un senso di vuoto, di rincorsa commerciale inutile, di luccichii che nascondono il malessere. E sotto sotto, anche una sorta di presunzione di essere migliore, di chi e di cosa, nessuno lo sa. La soluzione ideale è sempre stata la fuga, possibilmente prima di Natale e con ritorno dopo la befana. Sono stata in Finlandia a casa di un amico, in Senegal ospite di famiglie che facevano parte di progetti di sviluppo e tante volte in India: Karnataka, Rajasthan, Mumbai e Bhubaneshwar. Il Natale in sandali e senza feste e lontano da ogni  familiarità, è il mio preferito.

 

Lo stare

Quest’anno non posso scappare da nessuna parte e allora sto sperimentando la via della mindfulness: sto con quello che c’è. O almeno ci provo, senza aggiungere altra avversione. Entro nei negozi affollati, con quelle orride musiche campanellose a caramellose e respiro, sto, non mi piacciono ma le osservo per quello che sono: canzoni brutte che passano, come le nuvole nel cielo.

Non mi piace la frenesia dell’acquisto compulsivo e allora cerco di usare i regali come esercizio di meditazione: cosa posso regalare che sia utile, magari faccia del bene a qualcuno perché equo e solidale oppure sia un’esperienza da condividere senza generare accumuli inutili di oggetti inutili.

E infine ascolto, sto con l’emozione disturbante, la riconosco invece di scappare. E poi la accolgo, cercando di ammorbidire gli spigoli e la respiro piano piano. Così facendo, miracolosamente, mi accorgo che non mi uccide. Se non mi identifico in lei, se la lascio stare e andare, è solo una parte di me, un’onda che mi lambisce ma non mi annega.

 

Conclusione

Allenarsi a stare, con la frustrazione, con la tristezza, con la malinconia, con quello che c’è non toglie il dolore ma allevia la sofferenza, quello che noi facciamo di quel malessere. E piano piano, anche le feste si ammorbidiscono e sono solo feste, passano, come tutto, come tutti. Tanto vale viverle.

 

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