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Mindfulness: diario di una mente elefante da addomesticare. Il mio viaggio nel protocollo MBSR

meditazione

Mindfulness: diario di una mente elefante da addomesticare. Il mio viaggio nel protocollo MBSR

Day 3 Week 6

Oggi la meditazione è tutta diversa. Ieri abbiamo fatto una giornata intera di ritiro con il gruppo. Non voglio raccontare nulla dell’esperienza in sé e di come si è svolta ma passare tante ore in silenzio, della parola, del pranzo condiviso, ma anche degli sguardi, per non attivare forme di risonanza o comunicazione è stato bellissimo. Ieri sera mi sentivo luminosa, nonostante le difficoltà soprattutto relazionali del momento.

Si è creato spazio, c’era ossigeno fra un pensiero e l’altro, mi sono persino accorta che quasi non respiravo. Molto bello.

Veniamo a oggi. La pratica camminata vola, nei suoi 10 minuti. La pratica seduta è per terra, finalmente. Cambia tutto. Odio il legno delle sedie, duro, a strisce. Non mi appoggio mai agli schienali e stando in punta, devo sempre combattere con quella leggera spinta della sedia verso l’ingobbimento, quella lieve diagonale che ti tira giù e che invece il pavimento non ha. Ho il sedere grande e stabile, una naturale lordosi che mi porta il bacino indietro e le anche aperte. Quindi le vertebre stanno ben impilate e comode. E allora mi godo bene la sensazione dell’appoggio dei glutei e delle cosce, sento le caviglie e i piedi. Poi parte il viaggio. Penso all’elefante da addomesticare. Subito vado in opposizione pensando agli animali selvaggi, poi la prendo come metafora. La mente come elefante da legare a un paletto. Tira, si, muove, scalpita, ma forse poco per volta si acquieta.

Sento bene il respiro. Penso al versamento pericardico e agli esami da fare domani. Ma davvero è possibile che non si senta come dice il cardiologo? Io penso di sentirlo. Se no perché sarei andata da un cardiologo danzando e facendo yoga e muovendomi tanto?

Mente torna qui, respira. Respiro. I suoni, pochi. Controllo che la postura sia dritta. Il piccolo rialzo sotto la coda è perfetto perché toglie la fatica ai dorsali. Poi i suoni. Arrivano pensieri di natura sessuale, piacevoli, restano un po’ poi vanno, torna il peso e il respiro e l’elefante che balla sul paletto, come ha suggerito un ragazzo del gruppo ieri.

Respiro, sento, guardi i pensieri come pesci in un lago, piccoli e rossi e guizzanti e poi i pensieroni sul fondo, lenti, striscianti, pesanti. Sai che c’è? Me la caverò anche senza di te. E poi altri pensieri, cosa vedere al cinema, oggi si danza, cosa cucino. Srai qui. Sto. E poi silenzio, bellissimo. E la campana di nuovo troppo presto.

Non devo stare bene perché la sera faccio di nuovo la pratica seduta con l’altra traccia e ormai mezz’ora d meditazione mi sembra poco. Aiuto! Non ci sono grandi novità: il solito via vai di pensieri ma mi sembra di fare fatica a respirare, di non trovare più un respiro naturale di cui non accorgersi, poi tutto viene e va e vorrei più silenzio alla fine.

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