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Dove batte il cuore dell’India. A Mumbai le periferie dell’esistenza

Mumbai

Dove batte il cuore dell’India. A Mumbai le periferie dell’esistenza

su atlantide 32, il sussidiario

India. Un subcontinente da 1 miliardo e 200 milioni di abitanti. Un paese complesso. Affascinante. Per noi occidentali “contradditorio”, per gli indiani semplicemente convivenza di opposti. Un mondo che accetta ogni male come giusto perché il karma, il “destino” secondo l’induismo, porta a ciascuno ciò che si merita. La speranza palpabile di un domani in cui tutto è possibile. E nulla è impossibile. Il peso dei valori della tradizione contro un futuro presente che tutto tritura.
La crescita economica travolgente divora i poveri mentre crescono i nuovi ricchi. Sempre più velocemente. L’urbanizzazione selvaggia spinge i grattacieli verso le nuvole come piante tropicali nella notte. E al mattino c’è un piano in più.
Le periferie esistenziali sono spesso nei centri delle città. Succede a Mumbai, 20 milioni di abitanti. Nel 1991 erano 10 milioni. Ogni giorno, richiamati dalle lusinghe delle industrie, dal miraggio di Bollywood e dal bisogno di sfuggire alla miseria estrema dell’India rurale, si riversano qui migliaia di persone.
Ci sono persone che si occupano di esseri umani che nessuno vuole, oltre i limiti, intoccabili. Persone che sfidano il rigido sistema delle caste per cercare l’Altro col cuore.
Ecco le loro storie.

Dharavi, lo slum da un milione di abitanti nel cuore di Mumbai
Reality Tours and Travel è l’associazione fondata da Chris Way, un inglese che ha vissuto la realtà delle favelas in Brasile. Le guide sono ragazzi che vivono nello slum di Dharavi.
La mia è Jitesh: sguardo vivace, battuta pronta e sorriso autentico.
“A Dharavi abitano un milione di persone.
Slum significa ‘casa costruita su terreno del governo’ ma le case appartengono a proprietari che affittano. A Mumbai la popolazione che vive in slum è il 55%: su 20 milioni di persone, circa 12 abitano qui e in altre 2000 aree simili. Noi non usiamo questa parola diventata famosa dopo il film Slumdog millionaire. Noi chiamiamo il posto col suo nome, Dharavi”.
“Questo tour – dice Jitesh – vi farà cambiare idea sugli slum: non è dove vivono poveri, banditi, mendicanti. A Dharavi non manca nulla, è centrale, comodo ai treni, c’è tutto. È uno slum a cinque stelle. Vedrete”. Ci avviamo. Per la strada vivono i veri poveri: quelli che dormono, cucinano, mangiano, confezionano ceste e lavano pentole fra i marciapiedi e l’asfalto. La periferia del vivere. Il confine col non essere.
Si comincia con il riciclo della plastica. Spiega Jitesh: “I lavoratori vengono dai villaggi, guadagnano 120-150 rupie al giorno (1,5-2 euro) per 10-12 ore di lavoro. Al mese significa 3000 rupie e un affitto ne costa 2000, quindi non se lo possono permettere e dormono qui. Stanno 10 mesi all’anno e poi vanno a casa”.
In una stanza piccola ci sono una decina di persone accovacciate, intente a smistare la plastica che arriva da tutta Mumbai, forse da tutta l’India. Viene raccolta, schiacciata e pressata da una macchina da cui escono strisce tipo tagliatelle. Poi viene lavata e trasformata in pallets di vari colori per finire nelle fabbriche e diventare sedie, giocattoli, oggetti vari. Visitiamo la fabbrica che produce le macchine per lavorare la plastica. “Non toccate niente – ci raccomanda Jitesh: o è rovente o tagliente”.
È una fucina infernale: metallo, fuoco, aria irrespirabile, 20 persone stipate.
Usciamo, dopo 20 secondi mi sento morire, non posso pensare a 10 ore qui.
Saliamo su un terrazzo per vedere lo stoccaggio della plastica: giganteschi grappoli di taniche, bacinelle, sedie, divisi per colore, più alti delle case.
Tocca al riciclo dell’alluminio. L’odore è insopportabile. Qui finiscono le lattine, che vengono sminuzzate, lavorate e trasformate in blocchi. L’aria è insostenibile, la gente lavora senza alzare la testa. “Perché non usano maschere?”. Jitesh: “Non le vogliono. Fa caldo e sono scomode. Anche se dici loro che viene il cancro ai polmoni, ti rispondono che non possono pensare al cancro di domani ma a cosa mangiare oggi”.
Passiamo dove si riciclano le latte di vernici: si rimettono in forma, si lavano, si bruciano all’interno e si rimandano alle fabbriche. Il fumo è biancastro. I residui liquidi finiscono nelle acque. Forse vanno al depuratore. Forse.
Ogni tanto, dal labirinto di strade, arrivano spiragli di luce e profumi di cucina. Le mamme preparano il pranzo, insaponano i figli, impastano papad. Qua e là capre, gatti, uno anche morto, galline.
Le case sono di 8, 9, massimo 10 metri quadri, si vive in 4 o 5: genitori e figli. La sera si buttano giù i materassi. I maschi fanno la doccia fuori, le femmine dentro, in un angolo chiuso. Acqua corrente e luce sono disponibili 24 ore su 24. “Questo è uno slum a cinque stelle, ve l’ho detto”. Sorride Jitesh. Chissà gli altri.
Fuori i ragazzini sono pronti per la scuola: divisa, lavati e profumati, ragazze con trecce e fiocchi rossi. A scuola vanno più dell’80% dei bambini. Ce ne sono di tre tipi: privata dove si insegna in inglese, necessario per accedere all’Università, con una retta molto alta; statale che insegna in hindi ed è gratis e le scuole delle ONG che insegnano in inglese e sono gratuite.
Facciamo una sosta davanti ai bagni: una casetta stile campeggio. Di fronte una gigantesca latrina a cielo aperto. I bambini la usano armati di un secchiello di acqua. Che odore. Per Jitesh è la norma: “Si possono prendere dissenteria e colera, ma noi abbiamo un sistema immunitario molto forte, io sono cresciuto qui e vivo qui, ho sempre fatto due docce al giorno e non mi è mai successo nulla”.
Jitesh è fiero di abitare a Dharavi: “Abbiamo un forte senso della comunità: vicino a casa mia si sono sposati due ragazzi, le famiglie non avevano i soldi per il matrimonio così abbiamo fatto una colletta. Non passa giorno in cui non sappiamo chi nasce e chi muore”.
Intanto i bambini giocano a biglie. Sorridono. La nostra guida ne approfitta per sottolineare l’importanza delle relazioni: “I bambini si intrattengono fra di loro, non stanno parcheggiati davanti alla play-station o all’i-pad. Sono fortunati”.
“Dharavi ti insegna a essere felice con quello che hai. Sappiamo che potremmo avere di più ma non abbiamo aspettative e stiamo bene”. Lo ripete citando Shakespeare: “Piangevo perché non avevo le scarpe, poi mi voltai e vidi un uomo senza piedi”. E quando dice: “Noi sappiamo che valore hanno le cose” siamo oltre le parole.
Il giro continua con la conceria delle pelli con altri profumi molesti e e la fabbrica di terracotta.
Per finire il viaggio, dopo due ore e mezza, arriviamo al quartier generale di Reality Tours and Travels. Scopriamo i progetti: empowerment dei ragazzi, corsi di nutrizione per donne incinte (la malnutrizione dei bambini è altissima, 43%), classi di musica, danza, fotografia, cricket e calcio. Fra i partner ci sono ONG che si occupano di disabili, donne e tratta. L’80% del ricavato del nostro tour (700 rupie a testa) va alle ONG, il resto in tasse e nuovi progetti.
(http://www.realitytoursandtravel.com)

Aghi contro la povertà. Barefoot acupunturists
Camicia maniche corte e pantaloni bianchi, sabot, Walter Fisher è un agopuntore belga che ha dato vita a “Barefoot Acupunturists”, organizzazione no-profit che cura con i principi della medicina cinese i più poveri fra i poveri negli slum di Mumbai.
Entriamo nella clinica. L’odore è di moxa, il bastoncino di artemisia per i trattamenti. Ci sono 4 piccole stanzette una dopo l’altra: una sala d’attesa con 5 persone e il boccione dell’acqua, una stanza con 3 lettini e altrettanti pazienti con aghi sulla pancia o sulla schiena, una con 2 lettini e infine un ripostiglio-ufficio, un bagno. Walter mi presenta tutti: giovani indiani sorridenti e una volontaria peruviana. “Abbiamo aperto a gennaio 2008, in una stanzina microscopica senza acqua e senza bagno, e adesso abbiamo 5 cliniche.
Qui a Bandra siamo aperti tutte le mattine e trattiamo 20-30 pazienti, a Dharavi apriamo 3 mattine a settimana per una cinquantina di pazienti. Per il momento non posso fare di più perché non ho abbastanza agopuntori”.
Curate solo le persone degli slum?
“È il motivo per cui siamo qui ma curiamo anche gli altri, che ovviamente pagano di più. Alle persone povere chiediamo 20 rupie (25 centesimi di euro), chi può ci dà di più, chi non può non paga. Abbiamo anche trattato gratis ma non funziona, le persone danno poco valore alle cose gratuite. Il sabato apriamo a occidentali e benestanti che pagano 1000 rupie a seduta. Questo ci permette di lavorare per un po’ ma cerchiamo fonti di sostentamento continuative e affidabili”.
Come vi finanziate?
“L’obiettivo è rendere le cliniche autosufficienti e interamente gestite da indiani”. Il tono si fa preoccupato: “In Europa il fundraising funziona, in India è difficile. La filosofia qui è che le cose sono come sono e questo ha un suo ordine”.
Quali sono i più problemi più frequenti?
“All’85% curiamo dolori. Le persone degli slum fanno lavori impegnativi e usuranti. Portano pesi sulla testa o sulla schiena e fanno cose massacranti solo per pagare l’affitto, la scuola, il cibo. Per sopravvivere. Quindi hanno problemi di cervicale o di lombari o alle articolazioni. L’agopuntura li aiuta molto. Molti non possono permettersi un’operazione che li costringerebbe a non lavorare per un po’ con ricadute tragiche: se non pagano l’affitto, vengono sbattuti fuori dallo slum”.
Walter è felice del suo progetto: “Non potrei tornare in Belgio a fare il medico”. Immagina un futuro di globalizzazione virtuosa, capace di cambiare la vita ai più poveri.
“L’agopuntura cura i problemi di salute – spiega – ma soprattutto può curare la povertà. Un pacco di aghi non costa quasi nulla e può salvare il mondo. Quando ho cominciato non lo sapevo. Poi mi sono accorto che cambiamo vite miserabili in vite dignitose, mettendo aghi nel posto giusto”.
Quali sono i prossimi obiettivi?
“Vorrei lanciare un international mobile training center, con formazioni specifiche su alcune patologie. Potrebbe funzionare per le ONG ma anche per l’Organizzazione Mondiale della Sanità o i campi di rifugiati delle Nazioni Unite o della Croce Rossa”.
(http://www.barefootacupuncturists.com)

Una giornata in famiglia coi i bambini dello shelter CORP di Grant Road  
Stefano è una persona pragmatica ed entusiasta: formazione economica, esperienze all’estero. A Mumbai si occupa di change management: “faccio i conti con sostenibilità, raccolta fondi, comunicazione, contabilità”. CORP (Community Outreach Programme) è una ONG con 35 anni di storia, 80 persone attive, di cui 75 donne, focalizzata su bambini svantaggiati e donne: 18 centri e 15 programmi con asili per 1200 bambini, 160 ragazzi con disabilità fisiche e mentali, tre case-famiglie per bambini orfani o monogenitore, programmi di women empowerment, per migliorare la condizione delle donne con formazione e avvio all’imprenditoria, programmi alimentari, sanitari e sostegno alle vedove anziane.
Arriviamo alla scuola, dove CORP utilizza due aule: una per il doposcuola e una con i bambini che vivono in strada. Nella prima aula Jonathan, ex ragazzo di strada, papà e anima dello shelter, sta aiutando i ragazzi col marathi, la lingua di Mumbai. Nella seconda due volontarie italiane guidano giochi da tavola.
È il momento di giocare a bandiera e mi presto a tenere il fazzoletto. Si creano due squadre: “mango” contro “banana”. La prima manche la vincono i mango. Si uniscono bambini. E poi bambine. La seconda manche la vincono i “banana”.
Ora c’è tempo per gioco libero: i maschi si danno alla lotta, le bambine si avvicinano a me per cantare quelle filastrocche in cui si battono le mani sopra sotto di lato in centro sempre più veloce. Finiamo sempre col cercare di toccare la pancia all’altra mentre è distratta. “Loro sono quattro sorelle” mi racconta Stefano. Dopo pochi minuti le ho tutte addosso: chi cerca di pettinarmi, chi di fare foto con la mia macchina, chi mi piazza in braccio la più piccola. Arrivano altre bimbe. Sono piuttosto aggressive, soprattutto nei confronti delle piccole.
Sono le 18. Le bambine tornano alle loro case, capanne, quel che è. Andiamo allo shelter: una grande stanza con pareti viola, un bel terrazzo. Dalla cucina spunta la cuoca, da un’altra stanza Pinky, la moglie di Jonathan con Dave, un mese e mezzo. Jonathan ha una sensibilità unica: offre affetto e disciplina come un padre a ciascuno di loro. Mentre la cena è in preparazione è tempo di abluzioni e danze.
Cena: riso e dhal con verdure. Jonathan distribuisce a ciascuno chiedendo quanto riso e quanto del resto: alla fine il piatto deve essere perfettamente pulito. E poi si mangia, con le mani.
Durante la cena Stefano mi racconta: “Raoul è orfano ed è arrivato da 6 mesi dal Gujarat. Quando la sorellina di 13 anni ha subito violenza in strada, le zie con cui vivevano, li hanno mandati via. Ora lei è ospite in un’altra nostra casa. Per i primi 6 mesi non parlava quasi. Raj invece è arrivato con una mano ustionata, non riusciva ad aprirla ed era aggressivissimo, l’abbiamo fatto operare e sta cambiando carattere”. E poi tutti gli altri, orfani, figli di malati, prostitute e un campionario di umanità sofferente che l’India sfodera senza pudori. Oltre le periferie dello squallore e della miseria.
Finita la cena, si sparecchia in un clima che fa sentire a casa anche me. Arriva il gelato ed è ancora più festa. Stuoie e i cuscini: la sveglia suona alle cinque domani.
(http://www.corpindia.org)

Con suor Bertilla e i lebbrosi del Vimala e suor Annamaria alla Casa della Carità
Il Vimala Dermatological Centre di Versova, a Mumbai, profuma di pace e pulito. “Perché sei qui?” mi chiede perplessa Suor Bertilla.
La lascio parlare liberamente: “Sono una missionaria dell’Immacolata di Milano e vivo in India da 44 anni”. “Sono infermiera e ostetrica e sono stata 11 anni in Andra Pradesh a occuparmi di lebbrosi. Quando sono arrivata qui, nell’81, ero destinata a creare un asilo ma ci siamo accorte che il problema principale era la lebbra. Negli slum le persone malate erano molte e chiedevano aiuto. Abbiamo chiesto i permessi e il governo indiano ci ha fornito uno spazio perché voleva sapere quanti erano i malati. La prima cosa che abbiamo fatto è il survey, il controllo della zona. Abbiamo lavorato dal ’68 al ’70 e scoperto che su 800.000 abitanti c’erano 15.000 casi. Tantissimi.
Oggi abbiamo 60 ricoverati in ospedale. Ospitiamo i più gravi, quelli che hanno bisogno di medicazione ogni giorno, hanno reazioni con febbre e bubboni o devono subire amputazioni”.
Gli occhi di suor Bertilla brillano: “Poi ci occupiamo di tubercolosi e di educazione delle bambine. Abbiamo una scuola per 77 figlie dei lebbrosi, i maschi li mandiamo in un centro governativo, poi camere operatorie, centro di riabilitazione e dispensario”.
“È una malattia che attacca la pelle e i nervi periferici, ma è subdola, non te ne accorgi. Quando te ne accorgi è tardi. Comincia con una macchia sulla pelle, poi vengono le paralisi alle dita. Poi cominciano quelle serie: la mano pende, il polso cade. È molto importante prenderla in tempo. Per questo andiamo nelle scuole e nelle fabbriche”.
Poi mi spiega il lato più filosofico: “Qui i lebbrosi danno fastidio e la lebbra è vista come punizione. Ci si chiede cosa hanno fatto i genitori di quel poveretto conciato male”.
Come vi sostenete?”. “Abbiamo due sponsor, gli amici di Raul Follerau di Bologna e la German Leprosy Relief Association. E la Provvidenza. E poi il governo ci sostiene con permessi e medicine”.
“Quanti siete?” “8 suore, tutte indiane a parte me”.
Andiamo a fare un giro. Cominciamo con la sartoria. Qui lavorano persone che sono state curate e confezionano abiti copiati dalle case di moda indiane. Poi andiamo nel reparto uomini. Tutti salutano unendo le mani o quel che resta davanti al petto: mani fasciate, medicate o con dita amputate o appena operate per ripristinare la funzionalità dei nervi.
Le stanze sono curate, spaziose e c’è il bagno. “Sembra un albergo qui” le dico. “Eh sì, molti non vogliono tornare a casa”. Fra una stanza e l’altra, sui corridoi vista giardino, vari piedi rattrappiti e mutilati. “Fanno un po’ ribrezzo, no?” Non rispondo. Suor Bertilla ha una carezza o una parola spiritosa per ciascuno. La amano tutti: ”Vedi, questo dito lo tagliamo domani. Abbiamo un cimitero pieno di dita” dice sorridendo. Poi vediamo i ragazzi giovani, anche belli con spalle e schiene muscolose ma quando camminano, il piede cade senza forza. È la parte più dura.
Poi visitiamo il dispensario, le sale operatorie e il reparto donne, più piccolo. “Le donne si ammalano meno – spiega suor Bertilla – perché sono meno esposte, escono meno”. E poi le case dalle bambine che mi regalano una performance cantata “Three monkeys jumping on the bed…”.
“I figli dei malati di lebbra nascono sani perché la placenta fa da filtro” racconta suor Bertilla. Mi suggerisce di andare a trovare le suore della Casa della Carità a due passi. Mi fa firmare il guestbook e mi dice di tornare prima possibile. Chiama suor Annamaria, mi carica su un’auto.
Arrivo alla Casa della Carità, accanto al campo da calcio della parrocchia. Sulla porta c’è un ragazzo disabile. Dentro ci sono persone in carrozzina con gravissimi problemi. Non so bene dove andare quando sento profumo di cibo. Lo seguo e arrivo a una cucina dove una sorridente suor Paola sta tagliando pezzi di torta. Intorno a lei una suora grattugia il pesce secco, una volontaria lava i piatti. Intorno ragazzi con varie disabilità.
Suor Annamaria che è qui dal ’95. Con una serenità in contrasto con quel che c’è intorno, racconta: “Abbiamo 35 ospiti, vieni, te li presento”. Andiamo a conoscerli uno a uno, chi risponde con un saluto, chi muovendo una mano, una ragazza mi tocca la borsa. “Le piacciono le cose di moda – mi spiega suor Annamaria – e la tua borsa ha un bel colore viola”. Poi continua il giro, fiera dei suoi ragazzi: “Lui mangia con il sondino, lui sembra piccolo ma è adulto, lui scappa sempre e allora abbiamo un ospite che lo va a recuperare con una specie di guinzaglio”. Poi andiamo a vedere la cappella. Anche qui c’è un ragazzo. “Lui viene a tenere compagnia a Gesù quando è da solo. Non lo possiamo portare con gli altri perché è troppo entusiasta e urla”. Lo accarezza sulla testa. “Vedi, capisce tutto anche se non sembra. Appena mi allontano cerca di tirarmi via il velo e a volte ce la fa e ride”.
Gli ospiti vivono qui 24 ore su 24. “Sono per lo più orfani o persone con un solo genitore – spiega suor Annamaria – o ragazzi rifiutati dalla famiglia perché è una vergogna tenerli in casa, poi magari le sorelle non si sposano. Abbiamo anche una scuola perché nelle scuole normali, con 70 bambini per maestro e un sistema feroce, non c’è posto per loro ”.
Torniamo in cucina. Vengono distribuite le decorazioni della torta. La ragazza che toccava la borsa è ora attratta dai miei capelli, un’altra rifiuta di mangiare un acino dal colore troppo sintetico per essere vero. Suor Annamaria le spiega che è buono. Lei non si fida. Allora lo spezza e ne mangia un frammento. Ora la ragazza si fida e mastica felice.
Suor Annamaria mi offre un tè: “Gli ospiti tirano fuori il meglio dal cuore delle persone, fanno crescere e fanno venire voglia di fare del bene”.
È il momento della cena, nessuno di loro è autosufficiente e le 7 suore e le due volontarie hanno molto da fare. “Fermati con noi, la cena comincia presto perché siamo lenti”. Non ho il coraggio. Posso solo raccontare la forza amorevole di queste donne straordinarie. Un amore oltre ogni periferia dell’esistenza.

Francesca Rosso
Giornalista, studiosa di cinema e danza. Un progetto di dottorato di ricerca in Comunicazione Sociale la porta in India, tre mesi a Mumbai e uno in viaggio, per studiare la danza nel cinema di Bollywood. Oltre a conoscere coreografi e registi, incontra persone speciali. Racconta le loro storie, insieme a molto altro sul blog de La Stampa Bollywood Party (http://live.lastampa.it/Event/Bollywood_Party).

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