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Tim Burton dal MOMA al mondo

Moma Burton

Tim Burton dal MOMA al mondo

C’è chi ama la realtà e chi preferisce mondi surreali, visionari e spettacolari in cui si entra chiudendo gli occhi, aggrappandosi a quello che sembra un ramo o passando per una tana di coniglio. Se amate viaggiare in mondi mirabolanti e fantasmagorici, popolati di sogni e di incubi non perdetevi Alice in Wonderland, film di Tim Burton in 3D appena uscito, ma soprattutto la straordinaria mostra antologica che il MOMA di New York dedica al grande talento immaginifico romantico e dark del regista, illustratore e scrittore americano. Accanto a Picasso, Matisse e Magritte, fino al 26 aprile.

All’ingresso, sempre affollatissimo, soprattutto nei week-end, ondeggia un gigante faccione gonfiabile azzurro con gli occhioni tondi, i pochi capelli arruffati e la bocca disegnata come una ferita coi punti cuciti sopra, emblema delle sue creature dolenti e stralunate. Poi saliamo al terzo piano del tempio dell’arte. Qui ci aspetta una piccola grande mostra curata da Ron Magliozzi e Jenny He. Lo spazio è raccolto ma l’esposizione è ricchissima, con oltre 700 pezzi.

Sembra concepita dalla mente del regista, con un ingresso-mostro bianco e nero, dentato e peloso che che ricorda l’atmosfera dei suoi disegni e del suo sito www.timburton.com e che ci introduce a una galleria di immagini e video. Ed eccoci: sembra di essere entrati nei suoi film. L’impatto è avvolgente e travolgente. Atmosfere fatate e visionarie, favole gotiche, ambienti espressionisti e colori ultrakitsch vestono un mondo cinico e strampalato, popolato di creature incomprese e assetate d’amore, sempre in bilico fra normalità e patologia. Lo stile della mostra è quello del regista: uno sguardo ironico, elegante e sofisticato, spalancato su mondi e personaggi atroci quanto soavi.

Disegni, illustrazioni, story-board, fotografie, sculture in bilico fra orrore, magia e capolavori di ingegneria, custoditi maniacalmente dal regista, pare, in una polverosa soffitta, come da film, ripercorrono la sua straordinaria carriera, premiata con il Leone d’oro a Venezia. E così troviamo le lettere che accompagnano i primi manoscritti insieme agli schizzi macabri, realizzati quando, da ragazzino, passava il suo tempo fra i b-movie e il cimitero di Burbank, nella squallida periferia di Los Angeles, a dipingere come un tormentato pittore romantico. Poi le matite su carta di freaks e mostriciattoli incompiuti e i sorprendenti oli su tela di dark lady surreali e malinconiche, più spaventate che spaventose.

Se pensate che ognuno dei suoi film sia un capolavoro, vi emozioneranno la prima bozza di Edward mani di forbice, il costume di Batman, gli studi su Mars Attacks!, le foto di Big Fish, favola surreale e felliniana e soprattutto i puppets, le bambole utilizzate in Nightmare before Christmas e ne La sposa cadavere, capolavori girati con la tecnica dello stop-motion, ovvero muovendo i singoli pupazzi e fotografandoli uno a uno. Un lavoro incredibile, che in una settimana di attività produce appena 40-50 secondi di film.

La mostra è un viaggio appasionante, spesso spaesante e struggente fra figure incantate, fragili, sofferenti, perfide e malinconiche. La leggerezza e la grazia danno forma a pensieri mostruosi, al tempo stesso teneri e crudeli, visionari e un po’ folli. Come quelli che vivono in ciascuno di noi. Perché, come dice il Cappellaio Magico Johnny Depp in Alice: “Siamo tutti matti!”.

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