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The Detachment, il distacco: il dolore ha gli occhi di Adrien Brody

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The Detachment, il distacco: il dolore ha gli occhi di Adrien Brody

Occhi malinconici, naso cupo, bocca triste. C’è una disperazione profonda e dolente che viene dal passato nel professore supplente Henry Barthes (uno straordinario Adrien Brody) nel film The Detachment di Tony Kaye. Nel presente c’è una supplenza di tre settimane in un liceo di periferia frequentato da ragazzi violenti, emarginati, senza speranze con genitori menefreghisti e assenti e professori che non si rassegnano. Nel futuro suo e loro il nulla. O forse no. Educare è una missione. E richiede un coraggio e una capacità di guardare le cose da fuori. La letteratura, la sua materia, può salvare, perché porta in un altro mondo.

Il distacco è verso tutti, soprattutto se stesso. Si allontana dal dolore per un passato di abbandono, con mamma suicida e nonno che ha fatto del male, ma tanto e ora, in un ospizio per vecchi non ricorda nulla se non di aver fatto del male.
Si allontana da Erica (Sami Gayle), una prostituta bambina che incontra sul bus e che ospita a casa fino a quando non la affida a un’istituto più adatto a lei. Incapace di difenderla da un cliente che la picchia, la cura e la accudisce, ma a distanza. Lei gli fa trovare la cena pronta, si prende cura di lui, lui la medica con dedizione, si fanno piccoli regali, diventano famiglia. Ma lei è una bimba che si innamora di lui.
Si distacca da Meredith (Betty Kaye), la studentessa che ha un talento per la fotografia, qualche chilo di troppo e non regge gli insulti del padre e dei compagni. Non riesce a dirle quanto vale, anche perché la ragazza lo abbraccia, quando la ragazza gli porta una foto di lui in cui è senza volto davanti a una classe vuota, una non-persona di fronte al nulla.
Si distacca dalle feroci prese in giro dei ragazzi dicendo di conoscere la loro rabbia e costringendoli a scrivere un tema sul loro funerale. Si distacca da ogni classe continuando a fare il supplente e non quello di ruolo. Vive con distanza una storia che sta nascendo con una collega che gli racconta tutto di lei mentre lui non racconta nulla. Fra lui e i suoi sentimenti c’è un muro fragile che non gli impedisce di soffrire.
Il suo è un distacco vigile che gli permette di notare tutti i dettagli: si accorge di un professore ignorato da tutti, sente e vede il dolore dei ragazzi e degli adulti.
L’interpretazione di Brody è intensa e perfetta, la macchina da presa insinua sul suo sguardo spesso assente e sulle sue lacrime. E quando il dolore arriva al culmine è ora di staccarsi anche dalla scuola, le tre settimane sono finite e una nuova scuola con un nuovo distacco lo aspetta.
Tony Kaye sceglie la via del documentario all’inizio con frammenti di interviste ai professori e si arricchisce di intensità e profondità, dettagli artistici e pubblicitari, foto in bianco e nero, colori caldi e avvolgenti, immagini spezzate come l’animo di chi cerca di tenere insieme i pezzi del suo passato e del suo presente. Il distacco del documentario si scioglie nel colore del film che la musica solo apparentemente fredda, impasta con maestria. I fotogrammi diventano arte e si infilano, senza alcun distacco, nelle regioni segrete dell’emozione. Senza pietà, come solo il grande cinema sa fare.

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