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Pietà: vendetta e catarsi, la spirale maledetta di Kim Ki-duk

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Pietà: vendetta e catarsi, la spirale maledetta di Kim Ki-duk

Catarsi. Purificarsi col dolore, lo stesso che si è imposto agli altri. Pietà di Kim Ki-duk è Leone d’oro all’ultimo Festival di Venezia. Pietà e vendetta. Vendetta più che pietà. Difficile da sopportare per la violenza, la crudeltà, la voglia di non guardare che fine farà quell’uomo che sta per essere mutilato in modo da riscattare i soldi dell’assicurazione e pagare così i debiti allo strozzino. O che fine farà quell’anguilla, quel pollo o quel coniglio. Un ragazzo, l’ottimo Lee Jung-Jin senza pietà per nessuno, anzi solo per un futuro papà. Sul tema genitori è sensibile. Non li ha avuti. Finché non si presenta una donna che dice di essere la madre: la splendida Jo Min-Su. La violenza è al limite del sostenibile, cresce senza sosta, avvolge come una spirale maledetta, dalla quale non si esce, a meno che non si viva lo stesso male, non lo si provi sulla propria anima, come una specie di contrappasso catartico. Lacrime, urla, primi piani su volti intensissimi. Come l’emozione che chiude lo stomaco.
Nebbie, fiumi, paesaggi partecipano a una carrellata di ferocia e morte in cui stupro, incesto e orrore sembrano pezzi di un ingranaggio da officina, così presente nel film fra serrande che si aprono e chiudono con lucchetti e ganci. Come per non vedere. Come per non sentire. Basterà la morte a salvare dal dolore? Poesia e leggerezza, corpi incorporei, presenze assenti per esplorare il limite sulla via della grazia. Senza pietà.

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