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Oscar: alla fine i Lumière battono sempre Méliés

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Oscar: alla fine i Lumière battono sempre Méliés

Notte degli Oscar: vince il cinema. Il film che racconta se stesso. Soprattutto vince la nostalgia per i film del passato. Ma fra la voglia di realtà (The Artist) e la seduzione dello spettacolo (Hugo Cabret) vince la fotografia del reale. Forse perché sognare fa troppa paura e bisogna mantenere un aggancio con la realtà. La battaglia fra il ben confezionato The Artist diretto da Michel Hazanavicius e interpretato splendidamente da Jean Dujardin e Bérénice Bejo e l’immaginifico, pur con qualche lungaggine, Hugo Cabret di Martin Scorsese celebra il cinema, le sue origini e la sua natura, doppia, sin dalle sue origini.

Se i fratelli Auguste et Louis Lumière “fotografavano” l’arrivo del treno in stazione, l’uscita dagli operai dalla fabbrica e il pranzo del bebè e si spingevano fino al comico con l’innaffiatore annaffiato, Georges Méliès viaggiava sulla luna, moltiplicava se stesso per 7, lanciava teste su immaginarie partiture, sperimentando tutti i trucchi del cinema: dissolvenza, esposizione multipla, colore. Fino al primo horror.
Anche 110 anni fa, quando il treno sembrava uscire dallo schermo, avvolto in una inquietante nuvola di silenzio, per piombare sugli spettatori questi urlavano spaventati ma lo sforzo dei Lumiére andava verso la riproduzione fedele, quasi naturale, della realtà mentre Méliés sfruttava tutti i trucchi e le illusioni ottiche offerte dal cinema per creare qualcosa di spettacolare, magico e pirotecnico. Tendenze queste, natura contro spettacolo, che ritroviamo anche nelle altre arti, ad esempio nella danza con Isadora Duncan che libera il corpo da busti e costrizioni per ritrovare una danza naturale e Loïe Fuller che amplifica i movimenti del corpo con bastoncini che prolungano le braccia, stoffe luccicanti e luci che creano l’immagine della donna farfalla, fata della luce fra danza e magia.
Fra le due tendenze vince dunque la voglia di realtà come se spread, crisi mondiale, 2012, appesantissero le nostre coscienze al punto da spingerle verso la terra con tutta la gravità che riusciamo a immaginare. Ecco lì dalla terra, è difficile guardare il cielo e sembra rischioso anche sognare. Anche se a farlo è il cinema.
Il film metacinematografico, che racconta se stesso, è un genere che funziona da sempre e che celebra se stesso mettendosi in scena. Hollywood ne ha fatto un’industria. Così i genitori di The Artist possono essere Cantando sotto la pioggia e Viale del tramonto, capolavori assoluti, ma anche Otto e mezzo, storia di un regista in crisi creativa.
Quando l’artista racconta quello che sta facendo, significa che non ha altro da raccontare. Per fortuna al cinema funziona sempre. Da sempre. Mentre un romanzo su uno scrittore in crisi o, peggio ancora, uno spot con un pubblicitario che pensa, sono insopportabili, il cinema riesce a sedurre ogni volta che parla di sé. La magia del grande schermo si rinnova sotto i nostri occhi, accarezza le nostre orecchie, avvolge le nostre anime e va a toccare le nostre parti più bambine, quelle che hanno voglia di scoprire il mondo e quelle che non smettono mai di sognare. Anche se lo fanno solo nel buio di una sala.

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