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Mediazione fra vivi e morti: la sposa cadavere

Mediazione fra vivi e morti: la sposa cadavere

Un vivace mondo dei morti e un morto mondo dei vivi. In mezzo una mediazione fra terra e cielo, colore e grigiore, amore e morte.
È quello che avviene ne La sposa cadavere (The Corpse Bride, 2005) un film di Tim Burton in stop motion, muovendo dei puppets, delle bambole, che ricalca la vicenda di Nightmare before Christmas arricchendola di un sottile tocco psicologico che aggiunge veridicità ai personaggi. Qui la lavorazione è più fluida, grazie alla tecnica gear and paddle, un complesso sistema di ingranaggi posti dentro la bambola, che consentono di cambiare, con delle brugole, l’espressione facciale.

Si tratta di una leggenda russo-ebrea, probabilmente di origine ucraina. Il giovane Victor ha il volto affilato, somiglia molto nei tratti a Tim Burton e anche a Vincent (1982), il bambino protagonista dell’omonimo cortometraggio, che vorrebbe essere l’attore di film horror Vincent Price. In un mondo grigiomarmoreo, simbolo delle repressioni dell’età vittoriana, Victor, figlio di pescivendoli, espressione dell’ambiziosa borghesia, è promesso sposo a Victoria, figlia di aristocratici avvizziti e decaduti. Il matrimonio è combinato, o meglio negoziato dalle famiglie avide e opportuniste: una bisognosa di titolo e l’altra di denaro.
Appena i due si vedono, nonostante le premesse, scatta la scintilla ma lui è impacciatissimo e fa disastri alle prove. Per imparare a memoria la formula nuziale: “Con questa mano dissiperò i tuoi affanni, il tuo calice non sarà mai vuoto perché io sarò il tuo vino”, Victor va a ripassare ad alta voce nella foresta, e ripetendo i gesti, infila l’anello a quello che sembra un ramo secco. In realtà non è un albero ma la mano di Emily, una giovane sposa assassinata il giorno delle nozze. Con il suo gesto Victor risveglia lo spirito della sposa cadavere che si innamora subito di lui e della condizione di moglie che ha assaporato solo per pochi istanti. Con lei, Victor scopre il magico mondo dei morti, allegro, colorato e popolato di valori e sentimenti autentici, a differenza di quello dei vivi. Lì si balla e si canta tutto il giorno in un’atmosfera carnascialesca, sanguigna, anarchica e vitalissima. Ogni occasione è buona per assistere a una scatenata, esilarante e dirompente danza degli scheletri, che di macabro ha solo il nome.
Tutto è ribaltato, secondo il tipico gusto burtoniano: al mondo pallido, cadaverico e stinto dei vivi risponde quello acceso, esuberante e vivacissimo dei morti. A tè vittoriani e polletti striminziti fanno da contraltare torte giganti con tibie e teschi che si muovono come pannosissimi budini, cocktail verde acido e fuxia e boccali spumeggianti.
Il problema è che Victor vuole tornare dalla sua amata Vittoria nel mondo dei vivi. Usa una tecnica convincente con Emily, dicendole che vuole farle conoscere sua madre. I due si rivolgono allora a un mediatore d’eccezione per accedere all’aldiquà: il saggio Gutknecht, uno scheletro gobbo con barba stretta e lunghissima, un pezzo di scatola cranica che sobbalza e gli occhiali calati su quel che resta del naso.
Il saggio si rivela un ottimo mediatore: è indipendente, imparziale e neutrale. La prima cosa che fa è cercare di capire se la motivazione che spinge i giovani a salire nel mondo dei vivi è autentica. E lo fa applicando le regole dell’ascolto attivo. In particolare con una domanda ipotetica: “Ma perché andare lì su quando muoiono dalla voglia di venire qui giù”. Ecco applicate alcune regole del metodo descritto da Marianella Sclavi in Arte di ascoltare e mondi possibili, Bruno Mondadori, 2003: la 1, non avere fretta di arrivare alle conclusioni, la 5 che invita a esplorare mondi possibili, e la 7: adottare una metodologia umoristica.
Poi gli scappa un commento valutativo: “Non è normale”. La regola 4 dice che le emozioni non sono ciò che vedi ma come lo guardi.
Quando percepisce che i ragazzi sono sinceri si comporta da vero facilitatore. Trova in un libro un vecchio incantesimo ucraino per fare tornare Emily e Victor sulla terra: “Ideale per viaggetti veloci”. Mette in un bicchiere un liquido verde, una polvere rossa, una piuma di corvo e poi un uovo, beve e butta la polverina sui due: “Quando volete tornare dite Saltacampana”.
Nel mondo dei vivi Victor raggiunge la sua Victoria e le confessa il suo amore. Ma ecco che arriva Emily e scopre di essere stata ingannata. Non le resta che afferrare il polso di Victor e urlare la formula magica “Saltacampana”. I due tornano nell’aldilà mentre le mani di Victor e Victoria di allontanano simbolicamente.
Victoria cerca conforto nel pastore Gallswell che raggiunge di notte sotto la pioggia. Ma questo non aiuta, anzi. Restituisce la ragazza alla madre, dicendo che è posseduta e dice cose senza senso.
Intanto Emily è in lacrime disperata e il saggio Gutknecht è di nuovo coinvolto nella contesa. Quando Emily dice: “Mi hai mentito, sei sposato con me, lei è l’altra donna”. Gutknecht dice: “Non ha tutti i torti”. Ecco la regola 3 dell’ascolto attivo: per comprendere quello che l’altro sta dicendo, assumere che abbia ragione”. Ma Victor spiega a Emily: “Tu sei morta, io non ti avrei mai sposato, è stato un equivoco”.
Quando il cocchiere, tipica figura che trasmigra anime e informazioni, muore e raggiunge il mondo dei cadaveri, Victor scopre che Victoria sta per sposare l’orrido Lord Barkis, avido e desideroso di mettere le mani sulla dote, che invece non esiste.
Il saggio Gutknecht informa la sua cliente Emily: “C’è una complicazione con il vostro matrimonio”. Prosegue: “Il giuramento è valido solo finché morte non vi separi. La morte vi ha già separato”.
“Ci deve essere una soluzione” chiede Emily preoccupata.
Il saggio esercita qui la regola 6: affronta il dissenso per arrivare a una gestione costruttiva e magari creativa dei conflitti. E, naturalmente la 2: quel che vedi dipende dal tuo punto di vista.
La risposta è: “Un modo ci sarebbe ma richiede il massimo sacrificio. Victor dovrebbe rinunciare alla sua vita per sempre, ripetere il giuramento nella terra dei vivi e bere il vino del tempo dei tempi”. “Veleno?” chiede Emily terrorizzata. Spiega il saggio: “Questo fermerebbe il suo cuore in eterno. Solo allora sarebbe libero di donarlo a te”. “Non potrei mai chiedergli questo” dice Emily. Ma Victor che sta cominciando ad apprezzare la sua nuova vita nel mondo dei morti ribatte: “Non ce n’è bisogno. Lo farò”.
Il mediatore-saggio spiega allora: “Ragazzo mio, se scegli questa strada non potrai mai ritornare al mondo di sopra. Lo capisci questo?”
Il ragazzo: “Lo capisco” e poi annuncia a tutti quanti gli spiriti che stanno per fare un viaggio nel mondo dei vivi dove lui ed Emily potranno sposarsi come si deve.
I morti salgono nel mondo dei vivi: al sonnecchioso matrimonio grigiastro di Lord Barkis e Victoria con polletti miscroscopici nei piatti, risponde una travolgente, psichedelica invasione di vitalità. In una buffa, tenera e scanzonata “notte dei morti viventi” si ritrovano amici e parenti fra ricongiungimenti e vecchi rancori che si sciolgono.
Si può ora celebrare il matrimonio fra Emily e Victor, in cui lui berrà il veleno. Ma ecco che Emily vede apparire in Chiesa Victoria. A questo punto di trasforma in mediatrice e facilitatrice di un nuovo matrimonio dichiarando allo sposo: “Non posso. Ero una sposa e hanno distrutto il mio sogno ma adesso ho rubato il sogno di qualcun altro. Io ti amo ma tu non sei mio”. Lord Barkis era suo marito e l’uomo che l’ha uccisa.
Ed eccolo arrivare rivendicando che Victoria è sua moglie. Il mistero si svela. Sarà lui a bere il calice mortifero dopo aver deriso ancora una volta Emily: “Sempre la damigella e mai la sposa. Un cuore può ancora spezzarsi dopo che ha finito di battere?”. Quando il vino lo uccide, i morti possono linciarlo allegramente.
Il finale è uno più poetici della storia del cinema. Victor dice a Emily che si allontana: “Aspetta, ho fatto un giuramento”. “Hai mantenuto il tuo giuramento – risponde la sposa cadavere – mi hai reso la libertà. Ora posso fare altrettanto”. Emily si trasforma in milioni di farfalle blu, che volano verso una luna calda e accogliente sotto i nostri occhi, come a ricordarci di non perdere mai il gusto del fantastico.

illustrazione di Leonardo Malaguti, tratta da Zuppe, zucche e pan di zenzero

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