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La bicicletta verde: chi ha un sogno vuole solo che si realizzi.

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La bicicletta verde: chi ha un sogno vuole solo che si realizzi.

Cinema e biciclette. Ci sarebbero argomenti per una tesi di laurea.
Da Ladri di biciclette (1948) di De Sica a Il postino (1994) di Michale Radford passando per lo splendido Il ciclista dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf 
(1989), Le biciclette di Pechino (2001) di Wang Xiaoshuai fino al film di animazione Appuntamento a Belleville (2003).
La bicicletta non è mai solo un pezzo di ferro con le ruote. È un sogno, un mito, un simbolo di libertà. O anche semplicemente un mezzo per muoversi o realizzare un desiderio.
Ne La bicicletta verde della regista Haifa Al Mansour, interamente girato in Arabia Saudita, è quasi un’ossessione.

Wadjida è una ragazzina intraprendente. Vuole una bici per fare le gare con il suo vicino di casa. La regista ci mostra quasi solo donne: Wadjida che per mettere da parte i soldi della bici fa bracciali colorati e porta messaggi sconvenienti agli spasimanti delle amiche, la mamma tradizionalista, la scuola iper-tradizionalista “nascondetevi perché ci sono gli uomini sul tetto” con la direttrice che a scuola sgrida le ragazze con lo smalto o troppo complici ma mette i tacchi alti e riceve le visite di un amante-ladro, le compagne con abito-grembiule fino ai piedi, le amiche della mamma che accettano lavori a viso scoperto.
Ma è sugli uomini che si concentra lo specchio di un mondo in evoluzione. In particolare su tre i personaggi maschili: il papà della ragazza che è poco presente e in cerca di una nuova moglie che gli dia un figlio maschio, il venditore di bici che pur senza crederci troppo, mette da parte le due ruote per la ragazza coraggiosa e soprattutto Abdullah, il ragazzino vicino di casa innamorato di lei. Se all’inizio la prende in giro, le ruba il velo e le dice “le ragazze non possono andare in bici”, poco per volta si mette dalla sua parte, tifa per lei, le insegna ad andare senza rotelline quando nessuno vede, le regala un casco ed è persino disposto a offrirle un po’ di denaro perché smetta di piangere e la sua bici per vederla felice perché, dice, “da grande voglio sposarti”.
Simboli di un passato che sta invecchiando e di un futuro che forse apre le porte alla speranza di un rapporto alla pari.
Già perché una donna non può andare in bici, è un attentato alla sua virtù. Ma non può neanche guidare (la mamma ha l’autista). E non può svolgere lavori in cui gli uomini la vedano.
In un mondo di ipocrisie e bugie, Wadjida è disposta a tutto per avere la sua bici. Astuta e ribelle, e anche un po’ ruffiana, con le sue scarpe da ginnastica, i jeans e le mollette colorate nei capelli sotto velo e abito nero, si butta a studiare il corano a memoria nella classe di religione solo per partecipare al concorso che mette il palio denaro. E non solo, parte svantaggiata e dichiara “ho letto che chi fa più fatica sarà ricompensato” diventando la stidentessa modello della scuola.
Una storia semplice, lineare, quotidiana, di sogni, malizie e lacrime che le donne sanno ricacciare spesso nel cuore e qualche risata.
Il film non giudica, lascia parlare i fatti della piccola e della mamma per capire qual è la condizione della donna. Ma soprattutto quanto le donne possono fare, nonostante gli ostacoli, per salire in sella e pedalare, magari vicino a un compagno che le ama e non le ritiene solo una presenza da tenere in casa per cucinare e fare figli. La buona notizia è che qualcosa sta cambiando. Ma ci vuole coraggio e determinazione. Testa dura, lacrime e tanta rabbia da mandare giù. Bisogna puntare dritto alla bicicletta. E lottare.

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