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Il castello nel cielo: diventare grandi fra sogni e città volanti

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Il castello nel cielo: diventare grandi fra sogni e città volanti

I film di Hayao Miyazaki sono sempre un viaggio: nelle emozioni, nella fantasia, nei sentimenti puri dei piccoli (spesso i protagonisti sono bambini) nella visionarietà, nel potere dei sogni.
Il castello nel cielo, oggi nelle sale, è un film di animazione del 1986 ma non è datato affatto, se non per la musica un po’ troppo di arredamento.
Già dai titoli di testa siamo proiettati in un mondo di castelli volanti, città affascinanti, antiche civiltà scomparse. Sembra di vedere volare sotto macchine ed eliche Machu Picchu, Angkor Wat, e la Pandora di Avatar.

Protagonisti sono due bambini orfani, Sheeta e Pazu, lei in possesso di un ciondolo di aeropietra che conferisce straordinari poteri e che viene direttamente da Laputa, una sorta di Atlantide, non si capisce se esistita davvero o no. A crederci ciecamente è Pazu, apprendista minatore che segue la ragazza nel suo viaggio perché il padre ha visto quella città e l’ha disegnata. Intorno a loro si sviluppa una favola molto classica, con una morfologia degna di Propp: prove da superare, ostacoli da rimuovere, oppositori da ingannare.
Tutti vogliono la magica pietra, ma tutti la vogliono con la ragazza, l’unica nelle mani della quale funziona.
Ma nulla è come sembra: se i militari sono rozzi, il potenziale rivale Muska anche lui discendente di Laputa, arrivista e disposto a tutto, i pirati sono ingordi quanto ingenui e imbranati. Guidati da mammina, che ha la capacità di tenere a bada una improbabile ciurma di bamboccioni, si muovono in modo scombinato e malcerto. Lei, con le sue trecce al vento, come Sheeta, è la mente del gruppo, ed è lei a sviluppare una complicità materna nei confronti dei due ragazzi. I robot non sono cattivi come il loro aspetto lascerebbe pensare. Le immagini mescolano passato e futuro: i villaggi abbarbicati su rocce da paesaggi yemeniti sembrano antichi così come le donne forzute e minatori rassegnati che le abitano, ma le astronavi sembrano futuribili.
Inseguimenti su macchine, treni e aeromobili ricordano le folli corse delle Wacky Races di Hanna-Barbera con i cattivi Dick Dastardly e Muttley, i fratelli Slagg con auto di pietra e clava, il diabolico coupe, castello di Transilvania su ruote, la sexy Penelope Pitstop e l’inventore trasformista Pat Pending ma anche le battaglie del barone rosso e soprattutto Willy il coyote e Beep Beep.
È come vedere un trailer dei futuri film del geniale regista giapponese. È come ritrovare i personaggi dei cartoni animati degli anni Ottanta: Heidi e Peter, Capitan Harlock e Lupin III.
Le letture possibili si sovrappongono: un messaggio ecologico, sul valore della civiltà e della natura, ma soprattutto dei sogni; un messaggio sociale sulla solidarietà; un messaggio femminista sulla capacità di risolvere problemi e la forza delle donne; un messaggio sull’amicizia e sulla fatica del diventare adulti. Ma soprattutto un messaggio di complicità e armonia che invita a superare i pregiudizi e ad agire secondo coerenza. Prima di tutto verso se stessi.

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