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Farian Sabahi: “La mia storia fra due Paesi e tre religioni”

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Farian Sabahi: “La mia storia fra due Paesi e tre religioni”

Racconti familiari, esili e migrazioni nel memoir della scrittrice italo-iraniana
Su La Stampa, 21 maggio 2018
Ci sono tre porte. Quella d’ingresso, che da corso Vittorio porta verso la galleria, viene da una chiesa di Saluzzo. Un’altra è la porta antica di una moschea di Aleppo. E poi c’è la porta di una sinagoga, prezioso pezzo di antiquariato. Il negozio-museo è quello di Taher Sabahi, uno dei massimi esperti di tappeti al mondo. Sua figlia Farian Sabahi, giornalista, scrittrice, docente di relazioni internazionali del Medio Oriente all’università, autrice di saggi e documentari tra cui il recente «I bambini di Teheran» con installazione al MAO, ha appena pubblicato il memoir «Non legare il cuore. La mia storia persiana fra due Paesi e tre religioni» (Solferino).

 

«Vorrei che mio figlio – a cui è dedicato il libro – possa muoversi da una pagina all’altra come in una casa, visitando le diverse stanze e scoprendone i segreti» è scritto nel prologo. Leggere il libro è come aprire una di quelle tre porte ed essere ospiti per qualche giorno in una famiglia, in punta di piedi dopo essersi tolti la scarpe, tanto ci sono i tappeti. Ed è in punta di penna, leggera e profonda la scrittura di Farian Sabahi.

 

 

«Il titolo riprende un detto musulmano – spiega l’autrice – che dice di non legare il cuore a questa terra perché dovremo lasciarla. Ed è anche un verso del mistico Rumi: “Non legare il cuore a nessuna dimora perché soffrirai quando te la strapperanno via”».

Un grande amore fra mamma Enrica, cattolica di Alessandria, e papà di Teheran, musulmano e sciita in tempi in cui i matrimoni misti erano rari, un battesimo orchestrato dalla nonna Tere all’insaputa dei genitori, un nome che significa «sogno che viene di notte».

 

«È una storia – continua Farian Sabahi – di esili e migrazioni: mia n onna paterna ha dovuto lasciare Baku in Azerbaigian, la mamma era ebrea russa e il padre era stato arrestato dai bolscevichi e poi costretto all’esilio. Mio padre è venuto a Torino nel 1961 per studiare medicina. Io ho vissuto quattro anni a Londra per il dottorato, poi nel ’99 mi sono trasferita a Ginevra come ricercatrice, e nel 2003 sono tornata in Italia: mio figlio aveva 6 mesi e volevo farlo crescere con radici piemontesi. Ho scelto Torino perché è un’antica capitale, una città internazionale. E poi qui abita mio padre, un supernonno».

 

Il libro, scritto in dieci anni, raccoglie testimonianze e racconti di tutta la famiglia. «Sono stata educata – spiega l’autrice – alle libertà. Non amo le etichette. Islam e cattolicesimo sono due versanti della stessa montagna. Sono musulmana, ma a Pasqua ho accompagnato un amico a messa, sono battezzata e sbattezzata ma un sacramento non si può lavare via. Nel libro la parola “hanif” vuol dire monoteista allo stato puro: Maometto prima della rivelazione, i grandi profeti dell’ebraismo e del cristianesimo. Come dice Rumi, si può pregare in sinagoga, in moschea, in chiesa».

 

Il dialetto alessandrino si mescola con qualche parola persiana, i ricordi tessono una trama che prefigura un nuovo inizio. «Mio padre, 78 anni – racconta Farian – mi ha chiesto di proseguire la sua attività di mercante e studioso di tappeti. A mio fratello che è insegnante non interessa. E così, a 50 anni, mi trovo a dover ricominciare tutto da capo. Dovrò imparare da lui e non sarà facile: è uno dei massimi esperti, ha scritto 22 libri, è chiamato a fare perizie in tutto il mondo. È una bella sfida, sono pronta».

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