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Diaz: un pugno nello stomaco accende la rabbia. E diventa cinema.

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Diaz: un pugno nello stomaco accende la rabbia. E diventa cinema.

Un cazzotto nello stomaco. Un film che lascia doloranti. E arrabbiati. Molto arrabbiati. Che la si viva come il giornalista (Elio Germano) che crede ancora che il suo mestiere si faccia andando sul posto e non stando seduto in redazione davanti al monitor, come il pensionato che dormiva alla Diaz per caso, come la giovane attivista tedesca che vede i suoi ideali frantumarsi come i denti sotto i manganelli, come l’avvocato del Genoa Social Forum che offre sostegno o informazioni o come il poliziotto illuminato (Claudio Santamaria) che ferma la macelleria e chiama le ambulanze.

Il film di Daniele Vicari racconta quella che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti umani in un paese democratico dopo la Seconda Guerra Mondiale” e lo fa con le armi di chi il cinema lo usa per raccontare pur rimanendo fedele alla realtà, o meglio alle singole vite dei protagonisti. La costruzione del film ruota così intorno a una bottiglietta lanciata da un manifestante, rivista al ralenti, che diventa la miccia dell’inferno. Intorno scene che si ripetono a seconda dello sguardo di chi le vive: perché quella decisione, perché quella notte, perché la violenza non lascia mai spazio a nessuna forma di pensiero. E di nuovo la bottiglietta che vola e si rompe. E poi le molotov portate nella scuola appositamente. E le stecche degli zaini che diventano prove di chissà quali intenzioni violente e gli attrezzi della scuola, un badile e due scope, che vengono usati come indizi. La rabbia sale.
Così facendo finisce sotto accusa una Nazione intera che ha ucciso i sogni con la barbarie della violenza gratuita che annichilisce la libertà e la democrazia. Una testimonianza coraggiosa che nutre un film corale e mimetico, nel senso che dopo aver preso manganellate e avere lividi su testa, gambe e braccia, viviamo addosso le umiliazioni di interrogatori vessanti e agghiaccianti, vere torture psicologiche e non solo: un ragazzo obbligato ad abbaiare a quattro zampe, una ragazza costretta a spogliarsi e a girare su se stessa fino a cadere di fronte a un pubblico di uomini e donne in divisa. E poi ancora l’arresto, la prigione di Voghera, senza capire cosa sta succedendo. Senza che le famiglie sapessero nulla. Viene da chiedersi se sarebbe stato diverso se fra quelle divise ci fosse stata qualche donna di alto grado, sarebbe stato così massacro?
Ma il cazzotto finale deve ancora arrivare. Fine del film. Nero. Dei 300 poliziotti coinvolti solo 29 sono stati imputati e per reati minimi. Nel 2014 tutto cadrà in prescrizione. E poiché in Italia non è prevista la tortura ma solo i delitti contro la persona, di tutto questo non resterà traccia. Quindi, come recita il sottotitolo del film: “Per favore non pulite questo sangue”.

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