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Tenere e lasciare andare: il respiro della vita e l’accettazione del cambiamento

mitha pan

Tenere e lasciare andare: il respiro della vita e l’accettazione del cambiamento

Sono passati quasi 5 anni dal mio viaggio in India per la tesi di dottorato sulla danza nel cinema di Bollywood. Sono stati 4 mesi intensi e bellissimi, di danza, studio, ricerca ma soprattutto di esperienza, di scrittura, di incontri e di racconti. Scrivevo quasi tutti i giorni quello che mi capitava sul blog per La Stampa Bollywood Party, che è poi diventato un e-book. Stavo ogni giorno a contatto con quello che capitava a Mumbai, la città dove tutto è possibile e tutto convive: epoche diverse, mondi diversi, tempi e spazi impensabili eppure in armonia, ma tutto questo l’ho detto e scritto mille volte.

 

Il mitha pan di Varanasi

Alla fine del viaggio sono stata a Varanasi, la città che intreccia vita e morte come una cerniera sul Gange e ho comprato un vasetto di mitha pan. Si tratta di un mix di spezie dopo-pasto con foglie di betel, quelle che spesso per strada lasciano macchie rosse dopo essere state masticate e sputate, cardamomo e altre erbe. L’effetto è super-rinfrescante e piacevolissimo dopo i pasti, soprattutto quando si mangia piccante, cosa che in India avviene molto spesso.
L’ho comprato in uno dei quei mini-negozi-carretto, in una scatolina di metallo riciclata. La quantità era minima e così, in tutti questi anni, l’ho considerato un regalo prezioso da offrire alle persone più care, alle quali chiedevo di chiudere gli occhi e alle quali offrivo un pizzico sulle mani o sulla lingua di questa polvere deliziosa.
Centellinavo: solo pochi amici e amiche hanno assaggiato, e in quantità minime: era preziosissimo e mi rimandava ai ricordi del viaggio più trasformativo che abbia mai fatto.

 

Tutto passa

Mai e poi mai ho pensato che avesse una data di scadenza. Non tanto perché non c’è sulla confezione così artigianale, ma perché era qualcosa che non poteva finire. Nella mia testa, sarebbe durato per sempre, come l’odore sui vestiti indiani, quel mix di olio di sesamo e polvere e curry che sento ancora dopo tutti i lavaggi, quell’odore dell’India sui kurta che usavo per danzare.
Qualche mese fa la mia polvere magica, ormai ridotta a pochi granelli perduti nella scatola, ha cominciato a perdere gusto, è diventata meno buona e meno forte, come è normale che sia.
La mia prima emozione è stata la tristezza, seguita dalla fuga-rabbia: la delusione e poi lo stimolo a ripartire per procurarne altra, accompagnato dal solito “proprio ora doveva succedere?”. Mi è sembrato crudele lasciare andare un pezzo della mia India. Mia? Sempre il solito io-mio.

 

Gratitudine

Poi ho pensato allo yoga e alla meditazione, ma soprattutto alla danza, che in fondo è un’alternanza di respiri che aprono e chiudono il corpo. Ho pensato a tutti gli asana che lasciano andare, che mettono le varie parti in una curva per permettere a tensioni, frustrazioni e dolori muscolari di compiere il loro viaggio verso la terra. Ho pensato al respiro che cambia ogni istante è che è sempre solo quel respiro lì, mai uguale a quello prima e mai uguale a quello dopo e mi è venuto un senso di gratitudine per la mia scatolina, per quello che ha rappresentato e per quello che non è più.

Grazie scatolina che da oggi cambierai utilizzo, portandoti dietro le tracce della tua storia. Ora che ti guardo bene, hai qualche punto di ruggine, la tua prossima destinazione non sarà alimentare.

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