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Cuatro mujeres descalzas: l’afa mangia l’anima a Buenos Aires

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Cuatro mujeres descalzas: l’afa mangia l’anima a Buenos Aires

Il cinema in versione originale, magari con i sottotitoli in italiano, è sempre un’occasione da non perdere per entrare nell’atmosfera di un film.
Ieri, per summer edition dell’Aiace di Torino, al Centrale ho visto Cuatro mujeres descalzas (2005) dell’argentino Santiago Loza.
Quattro donne raccontano le loro angosce e i loro desideri in una Buenos Aires afosa e soffocante. Il clima denso, umido e appiccicoso sembra riflettere quello degli animi delle splendide interpreti.
Il film si apre sull’appartamento che Veronica (Maria Pessacq), la più infelice, sta lasciando per tornare a vivere con la madre: scatoloni, materasso per terra, parete di plastica trasparente per ridipingere. Un telefono per terra.

A chiamare è un personaggio che non risponde e non riattacca o l’amica Barbara (Eva Bianco), la più almodovariana, con unghie laccate ognuna di un colore diverso e pochissimo filtro fra pensiero e parola. Barbara ospita l’amica Marta (Mara Santucho), che ha una strana forma di devozione alla Madonna che le fa raccogliere oggetti persi e pregare per chi li possedeva e, per mancanza di denaro, affitta una stanza a Sandra (María Onetto), che confida la sua gravidanza e i suoi dubbi sull’aborto eventuale alle altre.
L’unico uomo è l’amante di Barbara, che vediamo sempre solo di schiena e sempre solo mentre ha rapporti sessuali piuttosto freddi con lei. Il compagno di tutte è il telefono fisso: in una cabina, in casa, per terra. Nessun cellulare.
Afa, angoscia esistenziale, ansia per il futuro, per il lavoro che non c’è, ma anche voglia di incontrarsi, conoscersi, farsi domande, credere in qualcosa, che nel caso di Mara si chiama speranza, per le altre è futuro, abiti colorati, sguardi, un pizzico di follia, malsana a volte, spensierata altre, come quando le quattro donne vanno a vedere l’eclissi di notte con gli occhiali scuri.
Ambienti spogli, quasi sempre interni, dialoghi scarni e surreali. Mi ha ricordato lo sguardo di grandi registi come Bergman capace di scandagliare in profondità l’animo femminile (non a caso le donne sono quattro); Almodovar, perché le ragazze sono abbondantemente sull’orlo di una crisi di nervi; Kaurismäki per i dialoghi iper-essenziali e l’atmosfera rarefatta; Pina Bausch per l’espressività di volti e gesti e la capacità di indagare l’animo umano e per una sensazione costante di teatro-danza. Meravigliosa la scena in cui le quattro giocano alla settimana disegnata col gessetto nell’appartamento vuoto dopo aver brindato con vino bianco sugli scatoloni o quella in cui cercano di mandare via con scope e stracci un sospetto pipistrello che si rivela essere un passerotto.
Da vedere.

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