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Yo-Yo Ma e il Silk Project Ensemble: un film per dire grazie

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Yo-Yo Ma e il Silk Project Ensemble: un film per dire grazie

Dietro le quinte dell’ennesima presentazione in un teatro gremito Yo-Yo Ma scuote la testa o ogni parola. I successi, i premi vinti, i dischi venduti. Come se tutte quelle cose non gli appartenessero. Minimizza, scherza. Dice anche “la metà non meritati”.

Grazie Cinema Romano di aver riproposto questo film del 2016 nella rassegna estiva.

 

 

Yo-Yo Ma: destinato al successo

Padre cinese musicologo e violinista, madre cantante lirica di Hong Kong, il  violoncellista Yo-Yo Ma nasce a Parigi nel 1955 e cresce a New York. bambino prodigio, a 7 anni suona alla Casa Bianca davanti a JFK e Jackie Kennedy. Noto per le sue interpretazioni dei classici, da Bach a Beethoven, da Schumann a Dvorak, ma anche per il suo eclettismo e la collaborazione con Bobby McFerrin, sembra proprio non riuscire a stare chiuso nel repertorio e cercare una via nuova. Fra irrequietezza e bisogno di esprimere qualcosa che va oltre il sé.

“La missione di mio padre è cambiare il mondo. Si è trovato per le mani un violoncello e usa quello ma potrebbe usare qualsiasi cosa”. Così racconta il figlio nel documentario “Yo-Yo Ma e i musicisti sulla via della seta”. L’autore è Morgan Neville, produttore di molti documentari musicali.

 

Il film

Il film racconta il Silk Road Ensemble, collettivo internazionale di una cinquantina musicisti da lui riunito nel 2000. per portare la musica fuori da conservatori e accademie, condividerla come fonte di scambio creativo e connettivo ricostruendo lo spirito della via della seta, l’antico collegamento tra Cina e Mediterraneo.

7 album, oltre 33 Paesi visitati e una famiglia musicale di persone che condividono passioni e tragedie, storie e desideri. La musica come linguaggio universale è un blah blah che non viene neanche sfiorato. Quello che emerge è il potere salvifico dell’arte, il valore unificante della musica e la capacità delle note di essere grido di libertà. Non è tanto rappresentata la creazione o la ricerca del gruppo ma le vicende dei protagonisti: Wu Man, è una campionessa di liuto cinese, che racconta i limiti della Rivoluzione culturale e ci fa scoprire l’ultima generazione degli Zhang, suonatori e artisti di teatro di figura; il siriano Kinan Azmeh, clarinettista, che nonostante la devastazione del suo paese vede nella musica un futuro e decide di partire con dei piccoli flauti per i campi profughi dei siriani in Libano, dove si muore di freddo per dare speranza e costruire bellezza; Cristina Pato, virtuosa della gaita, la cornamusa galiziana, fiera delle sue tradizioni ma con la voglia di reinterpretarle; l’esiliato Kayan Kalhor, maestro di kamancheh, antico strumento a corde iraniano, sopravvissuto alla rivoluzione e alla guerra Iran-Iraq. A 17 anni è scappato con uno zainetto e il suo strumento e due occhi profondi, bellissimi e tristi. “Lui è il mio gemello” dice Yo-Yo Ma dopo un concerto. Ma esprimersi per un artista iraniano non è facile.

 

Il viaggio e la gratititidine

Da Istanbul a Boston, da Teheran alla Spagna, il campo profughi  e la Cina: ogni tanto le immagini patinate e sature colorano le vite piene di lacrime dei musicisti. Così si alternano le emozioni in un fluire che commuove e conquista.

“Scambiare le tradizioni ti fa amare di più la tua” dice la musicista galiziana. Il film è un inno alla convivialità delle differenze e alla coabitazione del possibile. Ad esempio Charles Riley, aka Lil’ Buck, danza “Il cigno” di  Camille Saint-Saens’ con lo stile jookin o gangsta walking, senza ossa della street dance. Gli opposti si toccano, Tutto è uno.

Ma soprattutto il film  esprime la necessità di condividere la fortuna e il successo di un talento che sembra venire dalla naturalezza, senza sforzo. Ecco forse Yo-Yo Ma con questo film e questo progetto vuole restituire pubblicamente i preziosi doni che ha ricevuto. Condividere gratitudine e meraviglia. Tutto quel talento e quel successo non poteva tenerselo per sé.

 

 

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