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Mia madre: Nanni Moretti racconta la vita che scivola via

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Mia madre: Nanni Moretti racconta la vita che scivola via

Premetto che piango sempre al cinema: piango quando vedo i film di Bollywood. Piango quando vedo i cartoni animati. Piango quando il film è semplicemente bello. Piango di bellezza. A vedere “Mia madre” di Nanni Moretti non ho pianto. Intorno a me c’erano solo occhi rossi e lucidi e fazzoletti accartocciati. A me il film è piaciuto molto ma non mi sono commossa.

Cerco di capire perché.

1) Effetto “Effetto notte”.
Forse l’ho visto con l’occhio cinefilo.
Il film è un bell’esempio di cinema. Un bel film sul cinema. Protagonista la madre, una donna colta, intelligente, non più giovane, che si ammala e muore. Intorno a lei i due figli: Margherita, una straordinaria Margherita Buy, molto convincente nel ruolo di regista, e Nanni Moretti, ingegnere in aspettativa per vivere ogni istante della fase della malattia della madre.

Moretti fa un passo indietro. Fa un film pieno di cinema, dentro e fuori la storia, dentro e fuori le inquadrature, dentro e fuori la sceneggiatura. Ben scritta. E lascia scivolare il suo ruolo di regista (e il suo ego) su Margherita Buy, che lo accoglie e lo trasforma in un personaggio umanissimo, fragile e deciso, preso fra le contraddizioni del suo mestiere: fa un cinema impegnato ma riflette sul suo lavoro, sulle battaglie che cambiano, sulla fabbrica dove è più normale vedere “unghie lunghe un chilometro” che corte. Come la regista si chiede quale debba essere il ruolo dell’intellettuale e dell’artista nella società, e quale sia la responsabilità di chi crea, così Moretti riflette sulle cose di cui lei parla: sul ruolo del cinema, sul tenere lo spettatore “dentro ma anche un po’ fuori”, sull’attore che deve essere visibile “accanto al personaggio”.
Il regista è “uno stronzo al quale tutti permettete di fare tutto quello che vuole” urla la stessa BUy in una divertente scena di camera car montata su un furgone che riprende un’auto e poi direttamente montata sull’auto coi personaggi che muovono il volante a destra e sinistra (stilema del cinema di Hollywood).
Un film sulle persone che perdono il lavoro con un imprenditore che potrebbe salvare la fabbrica, interpretato da attore verboso, indomabile e sopra le righe, uno strepitoso John Turturro.
Un personaggio che sembra finto, fa arrabbiare, fa ridere, ma canalizza emozioni, distrae dal tema della morte, come un contrappeso colorato su una realtà nera.

Il cinema, dunque, e la vita. Con gli amori passati e passeggeri, l’incapacità di tenere vicine le persone. La fatica di credere che sia ora di morire. Questa è Margherita. Giovanni è invece più concreto e realistico nell’accettare la morte che arriva. Più consapevole nel capire che la madre sta morendo.

2) Effetto “Big Fish”.
La morte è morbida. Forse per questo non mi sono commossa. La morte arriva con dolcezza nel film, la mamma si spegne serena con i figli che le tengono la mano, dopo aver aiutato la nipote a fare le versioni di latino per recuperare una brutta media. Intorno a sé ha persone che ama, l’affetto della famiglia, e degli studenti ai quali ha insegnato ad amare i classici per tutta la vita. Intorno a lei i libri della sua vita, il calore di una casa abitata con amore. La figlia si chiede “cosa ne sarà di tutto questo?”. La madre no. Cosa volere di più?

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