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Le mani, strumento di narrazione che sprigiona sogno e stupore

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Le mani, strumento di narrazione che sprigiona sogno e stupore

Non guarderete più le mani come prima. Perché falangi, nocche e dita non sono mai state così espressive e capaci di incantare. Mani che danzano, si sfiorano, si incontrano, sognano: tutto è nelle dita. Per chi ama il cinema. O la danza. O le storie, la poesia, il racconto. Per chi ama vedere la magia dello spettacolo comporsi sotto gli occhi. E magari a teatro non va spesso.

“Cold blood” in prima italiana oggi alle 19.30 alle Fonderie Limone di Moncalieri, è qualcosa di straordinario. Non assomiglia a niente, tranne che a “Kiss & Cry”, di cui è il sequel ideale. Uno spettacolo che Torinodanza ha amato lo scorso anno e che Gigi Cristoforetti, direttore del Festival, ha fortemente voluto perché “quelle dita continuano a raccontarci tutto quanto conta nel nostro mondo”.

 

Autore è il regista di cinema Jaco Van Dormael, che ha debuttato nel 1991 con “Toto le héros” e che lo scorso anno ha conquistato il pubblico con il surreale “Dio esiste e vive a Bruxelles”. Con lui la coreografa Michèle Anne De Mey e a un team di artisti unici.

Le repliche sono domenica 23 alle 15.30, martedì 25 alle 19.30 e mercoledì 26 ottobre alle 20.45. Nelle ultime due serate Michèle Anne De Mey è sostituita da Manuela Rastaldi.

 

Lo spettacolo ne racchiude due, anzi molti di più. Ci sono le mani: mentre il pollice abbraccia anulare e mignolo, indice e medio diventano muscolose e sensuali gambe danzanti che interpretano persone. E che possiamo seguire su un grade schermo.

Poi c’è la magia del fare cinema che le racconta mettendo in scena la creazione filmica. Una magia indimenticabile che sa di teatro di figura, di ombre e di oggetti, di performance, di cinema sperimentale. Tutto distillato in un’armonia sublime e irripetibile, guidata dalla voce narrante che incolla al racconto.

“Cold Blood” è un sogno collettivo, una parabola corale in una polifonia di linguaggi fra arte e saper fare artigianale che esprime la perfetta sintesi tra invenzione visionaria, gesto, parola e perfezione tecnica. Si può chiamare nanodanza, bricolage di stili o contaminazione. Qualsiasi definizione non restituisce la meraviglia di una creazione originale e sempre nuova che si compie sotto gli occhi increduli di chi guarda, abolendo ogni confine fra le arti per diventare immaginazione pura fatta della stessa sostanza impalpabile di sogni, poesia e ricordi infantili. Uno stupore che vibra addosso.

Michèle Anne De Mey e Jaco Van Dormael lavorano con i danzatori Grégory Grosjean e Gabriella Iacono, l’autore Thomas Gunzig, il cameraman Julien Lambert, la set designer Sylvie Olivé, il creatore delle luci Nicolas Olivier sul tema delle morti stupide e banali, da quella astronautica a quella erotica fino a quella meteorologica. Si muore in vari modi, sempre diversi ma sempre inaspettati che diventano pretesti per viaggiare in universi incredibili e anche per ridere. Perché della morte di può ridere come si può ridere da morire.

Nasce un film effimero, innamorato del cinema e della danza che, in un fluire nostalgico e ipnotico, cita le scene di ballo fra Ginger Rogers e Fred Astaire, i balletti acquatici di Esther Williams, il Boléro di Ravel coreografato da Maurice Béjart con Jorge Dunn sul tavolo rosso e persino un numero di pole dance, in un caleidoscopio di citazioni da Méliès a Kubrick.

Tempo, spazio, emozione. Tutto è narrazione simultanea che abbraccia in uno sguardo la briciola e il mondo intero per una magia irripetibile che ha il sapore delle sensazioni più intense e che scivola sottopelle per non andarsene più. Può solo diventare ricordo, e vivere, come nell’etimologia latina, di nuovo nel cuore.

Su La Stampa sabato 22 ottobre 2016

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