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Il mondo si divide in due: chi ha fatto l’Erasmus e chi no. 2

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Il mondo si divide in due: chi ha fatto l’Erasmus e chi no. 2

Il primo mese di Erasmus

Le prime settimane a Essen, nel cuore della Ruhr, nella parte di Germania più massacrata dalla guerra, furono terribili. Ora Essen è un polo culturale, una metropoli post-industriale che ha saputo trasformare le acciaierie e le miniere in teatri e spazi espositivi, locali di tendenza e di impegno civile, ma nel 1993 era una città ferita e che si era ricostruita in fretta. Dove c’erano le acciaierie Krupp e le industrie erano stati tirati su dei cubi che destinati a dormitori per studenti e migranti, soprattutto dalla Turchia. Il senso di colpa post-nazismo aveva reso la Ruhr un luogo disposto ad accogliere ma la convivenza fra turchi e tedeschi non era delle migliori. Io però ho conosciuto i migliori kebab e falafel del mondo.

 

La solitudine e la fatica

Ero l’unica studentessa Erasmus a essere partita il 31 agosto. Visto che il mio tedesco era molto elementare, anche se studiavo al Goethe da 1 anno intensivo, ero a un livello base e avevo chiesto di poter fare un corso di lingua all’università. Mi avevano risposto di sì ma l’unico corso disponibile era a un livello altissimo. Era un corso di 3 settimane, 6 ore al giorno, per insegnanti di tedesco, una dozzina di signore polacche, che desideravano perfezionare la lingua. Io non capivo niente. Facevo lezioni di letteratura quando non sapevo neanche il futuro e a malapena la declinazione degli aggettivi. Al pomeriggio giocavamo a Trivial Pursuit. E io non capivo nulla.  Volevo imparare bene la lingua, perché da ottobre mi sarei messa alla ricerca di Pina Bausch, avrei tradotto gli articoli e le interviste che riguardavano “Die Klage der Kaiserin” il film su cui avevo deciso di fare la tesi di laurea.

Il direttore dei corsi, dal quale mi lamentavo come potevo, soprattutto  a gesti, mi aveva detto di avere pazienza e mi aveva suggerito di comprarmi un manuale di cui non ricordo il titolo, per studiare da sola. Quindi dopo le mie 6 ore di tedesco con le polacche, andavo nella mia cameretta della casa per studenti a Veledastrasse e studiavo oppure ascoltavo la radio. Mi ero comprata una microradiolina per abituarmi ai suoni. La prima cosa che ho imparato era “Fuenf kilometer stau” 5 chilometri di coda. Ascoltavo spesso le informazioni sul traffico e le previsioni del tempo.

 

Forse ce la posso fare

Al mio piano, l’8, c’erano 15 camerette singole, piccole con lettino. scrivania, armadio e lavandino, bagni comuni e una cucina comune. Quando mi facevo da mangiare incontravo tedeschi, coreani, greci, capoverdiani. La frustrazione del non saper parlare lasciava spazio a un briciolo di speranza: forse si poteva fare. Se ce la facevano tutti loro…

Qualche volta uscivo con Vassili, il mio vicino di stanza e Peter, un suo amico, a bere una birra. Poi è arrivata anche una portoghese con mamma dell’Angola e due buelorussi. Cominciavo a essere meno sola. Altre volte facevo due passi in centro e scoprivo le grandi catene come H&M che qui non c’erano. Mi facevo la spesa, E già allora, subito dopo la cassa, potevi depositare gli imballaggi superflui, tipo il pezzo di carta che unisce 2 vasetti di yogurt, negli appositi cestini differenziati carta, plastica, vetro, metallo. Tutti giravano con una sacca di stoffa. E così anche io. Sulla mia, dentro un cerchio arcobaleno una tartaruga e una rana si baciavano. E c’era scritto: “Proteggete il nostro ambiente”. La uso ancora oggi. E ne vado fierissima.

Alla fine del mese, dopo aver fatto cose che sembravano impossibili come aprire un conto in una banca tedesca senza usare l’inglese, ero andata in Olanda a trovare il ragazzo con cui uscivo. Lui lavorava. Io avevo tempo per studiare il mio manuale di tedesco. Al ritorno, come per miracolo, parlavo e capivo. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile.

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