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Il mondo si divide in 2: chi ha fatto l’Erasmus e chi no. 3 Pina Bausch e i sedani

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Il mondo si divide in 2: chi ha fatto l’Erasmus e chi no. 3 Pina Bausch e i sedani

Eccoci dunque a settembre (1993). Comincio a dire qualche parola in tedesco. Mi sento meno sola. Stanno lentamente arrivando gli altri studenti Erasmus. D’ora in poi ogni racconto sembrerà una barzelletta di quelle che cominciano con: “ci sono uno spagnolo, un tedesco e un italiano”. Arrivano infatti gli spagnoli, le portoghesi, i finlandesi, un norvegese, le italiane, gli inglesi, un irlandese. Abitiamo tutti nella stessa casa per studenti. Io non frequento corsi perché ho finito gli esami e sono qui per la tesi ma li incontro la sera nella Kneipe, il locale al primo piano interrato della nostra casa, dove ci sono anche i tedeschi e gli studenti da tutto il mondo: Capoverde, Mali, Corea per citare quelli che ricordo.

 

Avventura Wuppertal: la Schwebebahn

In “Alice nelle città” Wim Wenders racconta di una bambina che viene abbandonata dalla madre  in aeroporto e che il giornalista Philip Winter accompagna a cercare la nonna in giro per la Germania. La bambina non si ricorda il nome della città. Lui comincia dalla A e il viaggio percorre tutte le lettere fino alla W di Wuppertal appunto. Qui Alice ritrova la nonna ma soprattutto qui c’è la Schwebebahn: un treno sospeso che corre lungo il fiume Wupper. La prima ferrovia con binario in alto, nata nel 1901. Già ecologica, già bella, già senza traffico e semafori.

Wuppertal è stretta e lunga ed è attraversata da fiume: la Schwebebahn la percorre tutta. Schweben significa oscillare, Bahn è treno: ecco a voi il treno che ondeggia quando non si muove ma non fa venire il mal di mare. Almeno io che sto male anche in bici, non stavo male. Quando il vagone si ferma dondola perché è appesa al binario. Io la adoravo. Potevo viaggiarci gratis perché il mio abbonamento Ruhr lo prevedeva e ci passavo le ore. Su e giù. Era come una carrellata. Un mezzo supercinematografico, come ho scritto in una lettera a Gianni Rondolino, il professore con cui avrei fatto la tesi e che mi chiedeva di aggiornarlo. Ribadisco che non c’erano ancora le email. quindi scrivere era carta, penna e francobollo. Un rito magico perduto.

Schwebebahn2

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Obiettivo Pina Bausch

Il mio obiettivo è andare a Wuppertal a cercare Pina Bausch e incontrarla, assistere alle prove, vedere materiali, fare tutto quello che mi sarà possibile fare. So dove trovarla, proprio a una fermata della Schwebebahn: il Licthburg. Un teatro con una parete tonda di finestre che ho visto nel film su cui sto facendo la tesi: “Die Klage der Kaiserin”. Il lamento dell’imperatrice. Sotto c’è un McDonald. Non so come perché non esistono satelliti, mappe di google e altre cose tecnologiche ma arrivo in teatro. Entro. Ho 22 anni ma ne devo dimostrare 16, ho le idee chiare e so cosa voglio. Mi infilo nell’ufficio dell’impresario che mi manda via in modo burbero. O forse era un modo gentile ma in tedesco ogni frase, anche le più carine, sembrano ordini. Non mi capaciterò mai che “tesoro” si dica “Schatz”. E io amo il tedesco.

Mi adotta un danzatore di Pina che al momento non sta danzando. Si chiama Urs Kaufman. Non so come ma gli spiego che sto facendo la tesi sul film e che vorrei vedere tutto quello che si può: video, prove, Pina.

Mi dice: “ok” e mi spiega dove trovare le videocassette dei materiali video. Ci sono le registrazioni di tutti gli spettacoli: a camera fissa, come li vedrebbe uno spettatore a fondo platea e con un po’ di regia che inquadra le scene scegliendole. Entrambe le cose non sono perfette: nel primo caso si perdono i dettagli; nel secondo l’insieme. “Pina non vorrebbe” mi spiega Urs. Lo so, ma o le vedo così le cose o come facciamo? Mi dice che posso venire qui tutte le mattine e cercare lui che mi darà i video qui, in una saletta col videoregistratore.

Sarà difficile avere un’intervista con Pina? Chiedo. Mi risponde di sì: “Pina è molto impegnata”.

Lichtburg

Lichtburg

Pina e i sedani

Come prima giornata di ricerca posso ritenermi soddisfatta. Esco dal teatro e rimango lì intorno: guardo la Schwebebahn, faccio il giro dell’isolato e non ci posso credere. Quella figura vestita di nero, filiforme ed elegantissima, quella donna che non sembra appartenere a questo mondo è Pina Bausch che esce da teatro con i sacchetti della spesa da cui spuntano dei gambi di sedano.

Non ci posso credere. Fellini aveva detto così: “Ecco che lì, davanti a me, nell’andirivieni confuso e sudato dei camerini del teatro Argentina, tra uno svolazzare di asciugamani e porte aperte e sbattute, timida, composta, diafana, vestita di scuro, c’era Pina Bausch. Una monaca col gelato, una santa sui pattini a rotelle, un volto da regina in esilio, da fondatrice di un ordine religioso, da giudice di un tribunale metafisico che all’improvviso ti strizza l’occhio”.

Ecco la mia epifania di Pina è un po’ così con in più la verdura. Mi presento, le parlo, le spiego che sono qui a fare la tesi sul film. Lei si mette a ridere. Le chiedo perché. Intanto fisso le sue mani che hanno posato i sacchetti della spesa. Ha le dita lunghissime, bellissime, che si muovono nell’aria con la grazia di pinne che resistono all’acqua o di ali di aquila sensibili al vento. Sono ipnotizzata. Mi risponde che a lei il film non piace perché una volta fatto non si può cambiare. E che la compagnia l’ha patito perché per loro che sono abituati a lavorare sempre tutti insieme ha voluto dire disperdersi in scene frammentate in giorni diversi e luoghi diversi e perdere di vista l’insieme.

Non ci posso credere bis. Ho incontrato Pina Bausch, il mio mito, la musa del Tanztheater. Il punto di non ritorno della danza del Novecento. E mi ha anche preso in giro per la mia tesi. Era bellissima. Sembrava un sogno. Giuro che non lo era. Era uno di quei casi in cui non sai più dove mettere la gratitudine e il cuore è troppo piccolo e ti sembra che scivoli via dalle braccia e dalle mani. Guardo le mie mani, che sono tremendamente umane e ripenso alle sue, di un pianeta altro, sublimi, divine.

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