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I Taviani con Moretti a Torino: emozione, ironia e grande cinema

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I Taviani con Moretti a Torino: emozione, ironia e grande cinema

“Dovrebbero chiamarci guardatori di soffitti, non carcerati” recitano gli attori che, sdraiati sui letti, proiettano in alto il volto del figlio o della donna che amano o del loro passato libero. È uno dei momenti più toccanti del film dei Fratelli Taviani Cesare non deve morire vincitore dell’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino.
Si è appena conclusa al Cinema Massimo di Torino la proiezione del film con Paolo e Vittorio Taviani intervistati da Nanni Moretti.

Un film forte, intenso, dolente negli sguardi pasoliniani di attori non professionisti che recitano Giulio Cesare di Shakespeare. Intrighi, tradimenti, omicidi messi in scena con la rabbia, la colpa, la verità di chi li ha vissuti da vicino. Il bianco e nero è una lama che scolpisce i volti e fruga negli occhi, il colore tinge le battaglie e la realtà durissima di chi alla battuta “non perdiamo tempo” pensa che in cella è l’unica cosa che si desidera soprattutto se si dovrà restare lì 20, 30 anni, per sempre.
Recitare per vivere, recitare per raccontare se stessi negli spazi dell’ora d’aria e nelle stanze, per far riaffiorare rancori personali che si sfogano in un fuori campo che avvolge le parti più intime del film, come quando cala la notte e i singhiozzi si mescolano ai pensieri e al dolore del tempo che non passa.
Film muscoloso e sorprendente che emoziona e tocca il cuore. Si riaccendono le luci e un applauso introduce i Taviani commossi e felici in una città che amano molto.
Moretti chiede ai fratelli Taviani se hanno mai cambiato opinione su un regista. Paolo (classe 1931) come battuta dice “Sì, ci sembrava bravo Nanni Moretti, ma invece…” Scatta la risata e Nanni conferma “Certo meglio come distributore che come regista”. Effettivamente la Sacher non sbaglia un colpo e ha avuto una grande lungimiranza a comprare questo film portandogli anche un bel po’ di fortuna.
“L’hai fatto – Vittorio (classe 1929) subito incalza – perché sei un amico“.
Il clima è scherzoso in sala dopo un lungo e meritato applauso. L’emozione e la sorpresa sono sui volti degli spettatori. E non solo.
“Un film severo” sostiene Paolo che racconta quanto è giunta inaspettata la vittoria a Berlino: “Amiamo molto Berlino perché è il festival giusto per noi: registi che ribellano per stile e argomenti. Eravamo tornati a Roma e ci hanno chiamato: “c’è un premio per voi”. Siamo tornati, sicuri di prendere il premio alla carriera. Poi vedevamo gli orsetti sul bancone andare via uno per uno. Alla fine è rimasto solo l’orso d’oro. Dalle carceri hanno fatto un urlo spaventoso”.
Chiede Moretti: “L’unico modo per rispettare il pubblico è non pretendere di conoscere i sui gusti. È vero?”
“Noi crediamo alla volontà dell’uomo – risponde Vittorio – che si fa protagonista del suo destino ma anche al caso. Questa volta è stata un’amica che ci ha portati a Rebibbia a vedere uno spettacolo di teatro per piangere. I carcerati del ramo alta sicurezza (mafia, camorra, omicidi, alcuni fine pena mai) leggevano i canti dell’Inferno di Dante dal loro Inferno. L’amore fra Paolo e Francesca è un amore grande e condannato, come i nostri, raccontava uno di loro, noi soffriamo perché le nostre donne ci aspettano o soffriamo perché non ci aspettano.
Per loro Shakespeare è un amico. Hanno la verità negli occhi, l’orrore dell’assassinio”.
Alla domanda del pubblico sui progetti futuri Vittorio risponde: “Un film è un vento che entra nella testa e porta via tutto”. Alle domande sulla politica Paolo: “Questo governo ha solo un grande merito: aver portato via quello precedente”.
Sulla domanda sul cinema politico Paolo parte da Aristotele per dire che nella loro opera cercano solo di parlare della complessità. “Guai a chi dice lo metterei in galera e butterei la chiave, perché l’uomo è tante cose e noi cerchiamo di dire solo questo con il nostro cinema”.
Applausi ed autografi.

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