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Edward Hopper + “Paterson” di Jim Jarmush: cinema è pittura

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Edward Hopper + “Paterson” di Jim Jarmush: cinema è pittura

Per chi ama il cinema e la pittura, ecco un consiglio per l’ultimo giorno delle vacanze natalizie a Roma. Un abbinamento che valorizza una mostra e un film, come quando un vino si sposa bene a un piatto e il risultato è qualcosa di più proprio in virtù dell’incontro, che migliora il sapore dell’uno e dell’altro: la mostra dedicata a Edward Hopper al Vittoriano e il film di Jim Jarmush “Paterson”.

Io li ho visti lo stesso giorno, a poche ore di distanza. In qualche modo è stato come prolungare la luce della mostra sulla tela dello schermo, una proiezione amplificata che ha valorizzato entrambe.

E così il mio è diventato un viaggio intorno al vuoto, quel vuoto che a volte tranquillizza e a volte inquieta. Un percorso in una monotonia fascinosa, avvolto da una ripetitività quieta fatta di nostalgie e desideri che sembrano troppo grandi per accoglierli e che lasciano spazio a una quotidianità attraversata da lampi di luce e di poesia.

 

Edward Hopper e il cinema

Edward Hopper è il cinema. Nei suoi quadri, spesso in campo medio, il punto di vista è meravigliosamente cinematografico. I contributi espliciti sono moltissimi. La casa di “Psycho”, ad esempio, Hitchcock l’ha copiata dalla “House by the Railroad” e la stessa cosa ha fatto ne “La finestra sul cortile”.

Wim Wenders ha dichiarato di aver adattato le immagini dei suoi road movie ai paesaggi di Hopper, che ritraevano il deserto, i motel e le pompe di benzina nel nulla. Ma anche le inquadrature incorniciate da specchietti e finestrini delle auto. Come in “Paris, Texas” con Nastassja Kinski che ricorda la solitudine della figura femminile nelle stanze d’albergo. Nello stesso film c’è il celebre quadro “Nighthawks”, con i nottambuli dietro la vetrina del bar. Ma anche le case luminose e le strade enormi che Wenders ha ricreato ne “L’amico americano” parlano di Hopper.

La quotidianità americana borghese con le grandi ville bianche e i prati verdi de “Il Grande Gatsby” di Jack Clayton, le atmosfere da noir classico di “Il grande sonno” di Howard Hawks con i ritratti di Humphrey Bogart e Lauren Bacall nei commissariati fumosi e fino a “Viale del tramonto” di Billy Wilder.

David Lynch si è ispirato a Hopper, oltre che a Francis Bacon, per “Velluto blu” e “Cuore selvaggio”.

In “Radio America” Robert Altman si è ispirato al pittore per le ambientazioni scenografiche del teatro, in cui si teneva lo show radiofonico. Ma anche “Stranger than paradise” di Jim Jarmush ha una luce hopperiana.

“Paterson” ha molto Hopper ma anche molto altro. Ed è un elogio quieto delle cose semplici e della poesia del quotidiano.

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